L’illusione della tregua e la menzogna dei due Stati, cronaca di un genocidio normalizzato

Gennaio 2026. Mentre le cancellerie occidentali si auto-congratulano per il “Comprehensive Plan” dell’amministrazione Trump e i media mainstream celebrano la presunta fine delle ostilità, la realtà sul terreno racconta una storia molto diversa, fatta di sangue, cemento e filo spinato. La narrazione ufficiale, rilanciata acriticamente da una stampa sempre più appiattita sulle veline governative, parla di “pace” e “ricostruzione”. I dati, tuttavia, gridano che il genocidio non è finito: ha solo cambiato ritmo, istituzionalizzandosi in un regime di apartheid tecnocratico.

La tregua insanguinata.
La cosiddetta tregua dell’ottobre 2025 viene venduta come un successo diplomatico. Ma quale pace può esistere quando, dopo la firma degli accordi, i corpi continuano ad accumularsi negli obitori di Gaza? I numeri, freddi e inappellabili, smascherano l’inganno: dalla proclamazione del cessate il fuoco al gennaio 2026, si contano tra i 463 e i 486 morti palestinesi nella Striscia. Non sono “incidenti”, ma il risultato di un’occupazione militare che controlla ancora tra il 53% e il 58% del territorio di Gaza, frammentandolo con la “Yellow Line” e soffocando ogni parvenza di vita civile. Mentre si parla di “Gaza Riviera” e progetti immobiliari fantasma, oltre 71.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del conflitto e più di 171.000 feriti , in una catastrofe umanitaria che l’Occidente ha scelto di gestire anziché fermare.

La farsa dei “due Stati” e il furto di terra 
L’ipocrisia occidentale tocca il suo apice quando politici e opinionisti (“pennivendoli”, verrebbe da dire, osservando la loro servile aderenza alla narrazione dominante) continuano a recitare il mantra della soluzione “due popoli, due stati”. Questa formula è ormai un guscio vuoto, utile solo a coprire il rumore delle ruspe che stanno cancellando fisicamente la possibilità stessa di uno stato palestinese. Il 2025 è stato l’anno record per l’espansione coloniale: il governo israeliano ha approvato piani per 41 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, il numero più alto mai registrato. Non si tratta di case isolate, ma di un piano strategico, culminato con la legalizzazione di 19 avamposti e l’avanzamento del progetto E1, disegnato per spezzare in due la Cisgiordania e isolare Gerusalemme Est. Mentre le diplomazie europee mormorano flebili condanne di rito, Israele annette de facto la terra, rendendo la soluzione a due stati non un sogno lontano, ma una menzogna geografica.

L’inferno carcerario: il volto oscuro della democrazia 
Se Gaza è una prigione a cielo aperto, le carceri israeliane sono diventate, secondo il rapporto “Living Hell” di B’Tselem del gennaio 2026, una rete di “campi di tortura”. Oltre 9.350 palestinesi sono stipati in celle sovraffollate. Di questi, migliaia sono “detenuti amministrativi”, ostaggi (invisibili per l’Occidente)  di uno stato che li incarcera senza accusa e senza processo, sulla base di prove segrete che nessuno può contestare. Le testimonianze che filtrano da questi luoghi – nonostante il divieto di accesso imposto a molti osservatori – parlano di violenze sessuali sistemiche, fame usata come arma, negligenza medica deliberata e abusi fisici quotidiani che hanno portato alla morte di almeno 84 prigionieri dall’ottobre 2023. Tutto questo avviene nel silenzio assordante di quei media occidentali pronti a indignarsi a comando per violazioni dei diritti umani altrove, pronti a raccontarci ogni aspetto della vita degli ex ostaggi israeliani,  ma ciechi di fronte all’orrore inflitto ai palestinesi.

La complicità del silenzio 
La “verità odierna” è che l’Occidente non sta cercando la pace, ma la pacificazione di un popolo sconfitto. Il divieto continuo di accesso alla stampa estera a Gaza garantisce che il massacro avvenga lontano dagli occhi del mondo, filtrato solo dalla propaganda militare. Coloro che continuano a parlare di “processo di pace” mentre Israele ridisegna le mappe e svuota le carceri di umanità non sono osservatori neutrali: sono complici attivi di un’operazione di cancellazione storica e fisica. Il genocidio non è finito; è diventato burocrazia, piano urbanistico e detenzione amministrativa, coperto dal velo pietoso di una tregua che non esiste.