Ex Umberto I: il ricorso che interroga il futuro di Mestre

La presentazione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro il progetto dell’Ex Umberto I non rappresenta soltanto un passaggio giuridico. Segna l’emersione di un confronto destinato a incidere sul dibattito pubblico cittadino perché chiama in causa l’idea stessa di futuro per Mestre.

Da una parte vi è una visione che identifica la rigenerazione urbana con la valorizzazione immobiliare: nuove volumetrie, residenze di fascia alta, attrazione di investimenti privati e semplificazione delle procedure autorizzative. Una linea che trova significativa continuità nelle recenti dichiarazioni del sindaco Simone Venturini, orientate a una “Mestre bella” costruita anche attraverso nuovi interventi residenziali destinati a una fascia economicamente elevata della popolazione.

Dall’altra vi è una concezione della città che pone al centro i bisogni dei cittadini, la qualità della vita urbana, l’accessibilità abitativa, la tutela del patrimonio storico, il verde pubblico, la sostenibilità ambientale e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una visione che considera il territorio non come una merce da valorizzare, ma come un bene comune da governare nell’interesse generale.

L’Ex Umberto I è oggi il punto nel quale queste due visioni entrano in collisione.

Un luogo dove è nata Mestre

A rendere ancora più rilevante la vicenda è il valore storico del luogo. L’area dell’Ex Umberto I non costituisce infatti soltanto una parte importante della memoria ospedaliera novecentesca della città. Secondo la ricostruzione storica e archeologica, essa coincide con il sito del Castelvecchio di Mestre, il più antico nucleo fortificato cittadino e il primo insediamento urbano documentato della città. Le fonti medievali attestano l’esistenza del Castrum de Mestre già nel XII secolo e la stessa Soprintendenza ha classificato l’area come zona a rischio archeologico.

Sotto il suolo dell’ex ospedale non si conserva quindi soltanto la memoria di un luogo di cura. Potrebbero trovarsi tracce materiali delle origini stesse di Mestre. Per questo la questione non può essere ridotta a una semplice operazione edilizia o a una valutazione economica dell’area. Qui si intrecciano la storia della città, la sua identità e la responsabilità verso le generazioni future.

Un bene della comunità mestrina

L’Ex Umberto I non è importante soltanto per il suo valore storico o architettonico. Per oltre un secolo è stato un bene pubblico profondamente intrecciato alla vita quotidiana della comunità mestrina.

Qui sono nati migliaia di cittadini. Qui generazioni di medici, infermieri e operatori sanitari hanno prestato servizio. Qui le famiglie di Mestre hanno vissuto alcuni dei momenti più importanti e delicati della loro esistenza.

Per questo motivo il dibattito sul futuro dell’area non può essere ridotto a una discussione tecnica su altezze, volumetrie o destinazioni d’uso.

Il valore identitario dell’Ex Umberto I non deriva soltanto dalla sua rilevanza architettonica, sanitaria o archeologica. Il complesso rappresenta infatti una delle principali opere civiche realizzate dalla comunità mestrina nel corso del Novecento. L’ospedale venne sviluppato progressivamente a partire dal 1906, quando era ancora esistente l’autonomo Comune di Mestre, attraverso un impegno congiunto dell’amministrazione comunale e della società cittadina.

Numerosi padiglioni e servizi furono resi possibili grazie ai contributi e alle donazioni di famiglie, imprenditori e benefattori locali, secondo una consolidata tradizione filantropica dell’epoca. Tra queste figure assume particolare rilievo il sindaco Antonio Berna che, insieme alla sorella, contribuì economicamente allo sviluppo dell’ospedale, lasciando una testimonianza concreta del legame tra le famiglie cittadine e la costruzione delle principali istituzioni pubbliche di Mestre.

L’Ex Umberto I può quindi essere considerato non soltanto un insieme di edifici, ma il risultato di oltre un secolo di investimenti pubblici, iniziative benefiche e partecipazione civica. La sua storia riflette la crescita della città e il contributo diretto di generazioni di amministratori, professionisti, benefattori e cittadini che ne hanno sostenuto lo sviluppo.

La sovrapposizione, nello stesso luogo, delle tracce dell’antico Castelvecchio medievale e della grande esperienza ospedaliera novecentesca conferisce al sito un carattere peculiare nella storia urbana di Mestre: un luogo nel quale si incontrano le origini della città e una delle sue più significative realizzazioni civiche.

L’area rappresenta un luogo della memoria collettiva, un patrimonio civico sedimentato nel tempo attraverso esperienze concrete e condivise. La sua importanza non deriva dall’essere stato frequentato da figure illustri o dall’appartenere alla storia delle classi dirigenti cittadine. Al contrario, deriva dall’essere stato per decenni un punto di riferimento della vita ordinaria dei mestrini.

La stessa questione del Padiglione De Zottis assume significato dentro questa prospettiva. Non si tratta soltanto della conservazione di un edificio, ma della tutela di una testimonianza materiale di una storia che appartiene all’intera comunità.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di particolare rilevanza: l’area dell’Ex Umberto I insiste sul sito dell’antico Castelvecchio, il primo nucleo fortificato e il primo insediamento urbano documentato di Mestre. Si tratta di una stratificazione storica eccezionale, nella quale la memoria della città medievale si sovrappone a quella dell’ospedale novecentesco e della crescita della Mestre contemporanea.

Il Marzenego e la questione ambientale

Ma il tema non è soltanto storico. È anche profondamente ambientale.

Il compendio dell’Ex Umberto I è infatti strettamente connesso al sistema del Marzenego, il fiume che attraversa Mestre e che per secoli ne ha determinato lo sviluppo urbano. L’area è lambita dal corso d’acqua e si colloca in prossimità di una delle più importanti zone umide residue del centro urbano, un ecosistema che svolge funzioni essenziali sotto il profilo ecologico, paesaggistico e climatico.

In una fase storica segnata dall’emergenza climatica, dalle estati sempre più torride e dall’aumento delle temperature urbane, la presenza di superfici permeabili, vegetazione, alberature e corridoi ecologici assume un valore strategico. Le evidenze scientifiche richiamate nel dibattito contemporaneo mostrano infatti come le superfici artificiali, l’asfalto e il cemento contribuiscano alla formazione delle cosiddette isole di calore urbane, mentre il verde e le aree umide rappresentano strumenti fondamentali per mitigare l’aumento delle temperature e migliorare la vivibilità delle città.

È proprio qui che emerge uno degli aspetti più controversi del progetto.

La previsione di quattro torri residenziali, di una grande struttura commerciale, di nuovi parcheggi e di ampie superfici costruite rischia di introdurre una massiccia colata di cemento in un’area che potrebbe invece svolgere una fondamentale funzione di mitigazione climatica e di connessione ecologica lungo il Marzenego.

Il paradosso è evidente. Mentre il dibattito internazionale sulla pianificazione urbana parla di raffrescamento delle città, incremento del verde, riduzione delle superfici impermeabili e adattamento climatico, a Mestre si continua spesso a considerare la rigenerazione urbana come sinonimo di aumento delle volumetrie edilizie.

Si corre così il rischio di creare una nuova isola di calore all’interno di una città che, durante le estati degli ultimi anni, sta già sperimentando in modo sempre più evidente gli effetti dell’innalzamento delle temperature e della forte impermeabilizzazione del suolo.

La domanda, allora, è inevitabile: la vera riqualificazione consiste nell’aggiungere altro cemento oppure nel recuperare spazi verdi, permeabilità, qualità ambientale e resilienza climatica?

La reazione di Romor e il significato del ricorso

Per questa ragione il confronto sull’Ex Umberto I non riguarda soltanto la demolizione del Padiglione De Zottis, la costruzione delle torri o la realizzazione della grande struttura commerciale. Riguarda una domanda più profonda: quale idea di città si vuole costruire?

La reazione particolarmente dura dell’assessore all’Urbanistica Paolo Romor, che ha definito il ricorso un’iniziativa “grave” e sostanzialmente politica, appare significativa proprio perché conferma la natura del confronto. Non siamo più di fronte a una discussione esclusivamente tecnica. È in gioco un modello di sviluppo urbano.

Il Comitato, del resto, ha sempre sostenuto di non essere contrario alla riqualificazione dell’area. La questione è quale riqualificazione e per chi. Una riqualificazione orientata prevalentemente alla valorizzazione immobiliare e all’attrazione di investimenti privati oppure una rigenerazione capace di integrare memoria storica, tutela ambientale, qualità urbana e interesse pubblico.

Due idee di città

L’Ex Umberto I è così diventato il simbolo di una scelta che riguarda l’intera città.

Da una parte una Mestre pensata come mercato immobiliare, dove il successo si misura in nuove volumetrie, rendite e appartamenti di pregio. Dall’altra una Mestre che riconosce nel proprio patrimonio storico, nel Marzenego, nel verde urbano, nella resilienza climatica e nella qualità della vita dei residenti le fondamenta del proprio futuro.

Come è stato osservato di recente nel dibattito cittadino, il rischio è che l’amministrazione finisca per comportarsi come una sorta di agenzia immobiliare incaricata di individuare la clientela economicamente più appetibile, anziché governare il territorio nell’interesse generale. La domanda che ne deriva è semplice ma decisiva: l’interesse pubblico coincide davvero con l’interesse immobiliare?

Per questo il ricorso presentato al Quirinale non parla soltanto dell’Ex Umberto I.

Parla della città che Mestre vuole diventare. E della domanda che ogni amministrazione dovrebbe porsi prima di ogni trasformazione urbana: la città del futuro sarà costruita per il mercato o per i cittadini?

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