Usare i corpi per resistere a un capitalismo sempre più disincarnato e numerico – Tre domande a Alberto Prunetti



Alberto Prunetti scrittore e traduttore. Dal 2018 dirige la collana Working Class per le Edizioni Alegre e dal 2023 è il direttore artistico del Festival di Letteratura Working Class di Campi Bisenzio.

Alberto Deambrogio: Oggi molti autori scrivono di precarietà e periferie usando un linguaggio patinato o vittimistico che piace ai premi letterari. Come si evita che la narrativa working class diventi una “estetica della povertà” ad uso e consumo delle classi medie, perdendo la sua carica di conflitto?

Alberto Prunetti: Il rischio c’è: è quello che di alimentare una sorta di voyeurismo sociale in cui i lettori di classe media osservano le periferie come se fossero uno zoo, compiacendosi della propria empatia. Per evitare questa trappola, bisogna cambiare radicalmente il punto di vista e la postura narrativa. Bisogna rifiutare il “miserialismo”, il vittimismo: la working class non ha bisogno di essere “salvata” o compatita dal lettore benevolo. Se descrivi l’operaio come un povero diavolo senza voce, stai solo confermando il pregiudizio di chi sta in alto. Poi bisogna usare una lingua che “puzzi” di officina, di magazzino, di logistica. Una lingua sporca, ironica, che non chiede il permesso di entrare nelle librerie delle persone dotate di capitale culturale accumulato. Infine la narrativa working class non serve a intrattenere, serve a dare fastidio, a spiazzare, a straniare, a denunciare, a rivendicare. Se la storia non mette a nudo il rapporto di forza tra chi comanda e chi obbedisce, allora è solo arredamento d’interni per lettori colti.

A.D.: Dopo il successo dell’ultimo Festival della narrativa working class a Campi Bisenzio, hai percepito la nascita di una vera “comunità di destino” tra chi scrive e chi lavora, o il rischio è che queste restino bolle culturali isolate che si auto-celebrano una volta l’anno?

A.P.: A Campi Bisenzio, con la fabbrica GKN come cuore pulsante, abbiamo dimostrato che la letteratura può uscire dalle librerie del centro per tornare dove pulsa la vita e la lotta. Non so se siamo una bolla o una comunità di destino: so che un festival letterario riesce ad essere un fattore di spinta di una lotta che dura da cinque anni, che è la lotta più lunga del movimento operaio italiano, è questo vuol dire che sia la classe operaia che la letteratura working class, contro le voci che speravano nella scomparsa della classe lavoratrice, esistono eccome.

A.D.: Se il lavoro operaio classico viene sostituito dall’automazione, e quello intellettuale dall’intelligenza artificiale, che ne sarà della scrittura working class? Diventerà una forma di resistenza artigianale o dobbiamo iniziare a parlare di una “classe dei dati” che ha bisogno di nuovi linguaggi per raccontare lo sfruttamento digitale?

A.P.: Il lavoro cambia forma forme, si aggancia agli algoritmi, ma lo sfruttamento ha la pelle dura e rimane lo stesso. Profitti da una parte, fatica dall’altra. E le due parti sono le stesse dai tempi di “Germinal” di Zola. C’è chi possiede i mezzi di produzione e chi, invece, deve vendere il proprio tempo per sopravvivere. La tecnologia è ovviamente un elemento di ristrutturazione creato a servizio della classe dominante che indebolisce la forza lavoro. Ma la risposta viene come sempre dalla solidarietà, dalla costruzione del tempo vivo della forza lavoro contro il tempo morto della produzione.  La risposta della mobilitazione del collettivo di fabbrica ex Gkn è stata quella di usare i corpi, per resistere a un capitalismo sempre più disincarnato e numerico. Nella GKN, i robot di industria 4.0 giacciono come corpi morti, e i corpi vivi degli operai lottano per reindustrializzare dal basso quell’impianto produttivo. La lotta è ancora questa, non spostarci nel territorio dove il padrone vince facile, ma opporre i corpi degli sfruttati vivi al tempo morto dello sfruttamento.