Cosa c’entra la Brigata Ebraica con la resistenza italiana?


Sommario
Un’occhiata alla storia. Alle origini del sionismo
Gli orientamenti dei movimenti emancipazionisti ebraici
La vera origine degli ebrei aschenaziti
Il colonialismo ebraico
Il “muro di ferro” di Jabotinsky
La Jewish Legion
Le restrizioni inglesi all’immigrazione ebraica
Il terrorismo ebraico contro il Mandato
La Jewish Brigade
L’attività della Jewish Brigade a guerra finita
Lo scontro fra Israele e l’ONU
Il martirio di Gaza
L’“Operazione Diluvio di Al-Aqsa
Gli amici e avversari dei governi israeliani e le accuse internazionali
I confini della Palestina
Dalla spartizione alla posizione di Hamas sul futuro della Palestina
La “soluzione finale” di Netanyahu
Netanyahu sapeva tutto da almeno un anno
La Direttiva Annibale
Che c’entra la Brigata Ebraica italiana col 25 aprile?
Quando è nata la Brigata Ebraica italiana?
Occorre fare chiarezza sui termini usati
La controversa definizione dell’ IHRA
La definizione dell’Ihra, adottata in Italia 
La Sinistra per Israele
Le tensioni di piazza il 25 aprile 2026
La risposta dell’ANPI
Il liberticida Decreto Gasparri
… e per concludere

Un’occhiata alla storia. Alle origini del sionismo

Per comprendere cos’è la Brigata Ebraica occorre dare brevemente uno sguardo alla storia europea degli ultimi due secoli.

Nel corso dell’Ottocento, la differenza tra gli ebrei occidentali (gli Yekke, dell’Europa centrale e occidentale, in Germania, Francia, Italia, Austro-Ungheria), pienamente integrati nel tessuto sociale dei propri Paesi, e quelli aschenaziti orientali (Ostjuden) degli shtetl (piccoli villaggi ebraici dell’Europa orientale), divenne abissale, rappresentando due mondi quasi opposti per integrazione, cultura e condizioni di vita.  A seguito delle conquiste napoleoniche e dei successivi moti liberali del 1848, gli ebrei occidentali avevano ottenuto la cittadinanza piena, assimilandosi alla cultura occidentale e integrandosi nella società borghese dei propri Paesi,  parlando le lingue locali (tedesco, francese e italiano) e avevano abbracciato l’Haskalah, ovvero l’illuminismo ebraico, che promuoveva la secolarizzazione, l’istruzione laica, la scienza e la cultura moderna, per cui l’ebraismo divenne più una questione religiosa privata che un’identità nazionale separata, abbandonato i tratti distintivi dell’abbigliamento tradizionale (rekel, bekishe, ecc.). Vivevano, prevalentemente nelle grandi città (Berlino, Parigi, Vienna e, in Italia, a Roma, Milano, Torino, Firenze, Trieste e Livorno), avevano un elevato livello di istruzione, derivata dall’obbligo rabbinico di istruzione per i maschi, esercitavano spesso, con grande successo e profitto, l’attività finanziaria, compreso il prestito su pegno, perché nel Medioevo era generalmente loro vietato l’esercizio di molte professioni, l’adesione alle corporazioni artigiane e il possesso di terre, mentre il IV Concilio Lateranense (1213), aveva vietato ai cristiani il prestito ad interesse, considerandolo sempre come un peccato mortale di usura, lasciando così di fatto l’esercizio del settore del credito, della borsa e dei diamanti  alla  comunità ebraica, per cui emersero grandi famiglie di finanzieri ebrei come Rotschild, Warburg, De Hirsch, Leumi, Lazard, Oppenheimer, Soros, e i fondatori di Goldman Sachs, Black Rock, Lehman Brothers, Kuhn, Loeb & Co., ecc. Ma gli ebrei esercitavano anche altre   professioni di alto livello, quelle mediche, legali, commerciali, accademiche, artistiche e industriali. Tuttavia molti sovrani preferivano cacciare o perseguitare gli ebrei piuttosto che ripagare i debiti contratti con loro.

Tutt’altra situazione era quella degli Ostjuden degli shtetl, caratterizzata da un’economia fragile di piccole attività commerciali e artigianali nel marktplatz (sarti, calzolai, fabbri, e gestori di forni, osterie e alimentari), soggetti ad una forte pressione fiscale, con una diffusa povertà e precarietà economica. Nei primi anni del 900 la crisi economica generale e le politiche economiche repressive dei governi locali, specie in Polonia, avevano reso la vita negli shtetl molto difficile, spingendo molti giovani a emigrare o a trasferirsi nelle grandi città. 

L’assassinio dello zar riformista Alessandro II, il 13 marzo 1881, da parte del gruppo rivoluzionario populista Narodnaja Volja (Volontà del Popolo), prevalentemente ebraico,  aveva posto fine alle riforme e avviato una fase di repressione, innescando varie ondate di pogrom, ovvero di violenze popolari contro gli ebrei, stimolati dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, con la pubblicazione del falso documento dei Protocolli dei Savi di Sion, sfruttando i sentimenti antiebraici della popolazione, che ha distrutto gli shtetl e spinto gli ebrei ad una migrazione di massa di circa tre milioni di persone, principalmente verso gli Stati Uniti e, in piccola parte, circa 40.000, verso la Palestina. I filantropi ebrei occidentali, come i Rotschild e Montefiore, avevano finanziato l’emigrazione dalla Germania verso Stati Uniti e Palestina, dove avevano fondato delle colonie, avversate dagli ebrei del vecchio Yishuv, che vivevano in Palestina dall’antichità, che le consideravano un’invasione colonialista europea.  “Ogni onesto ebreo che conosce la storia del suo popolo non può che sentire un profondo senso di gratitudine nei confronti dell’Islam, che ha protetto gli ebrei per 50 generazioni, mentre il mondo cristiano ha perseguitato gli ebrei e cercò molte volte di usare la spada per costringerli ad abbandonare la loro fede”. Ha detto Uri Avnery, deputato della sinistra israeliana, morto nel 2018. Hannah Arendt ha accusato la filantropia ebraica occidentale (in particolare tedesca e francese) di aver finanziato l’esodo per allontanare e distinguersi nettamente dagli Ostjuden, che ritenevano, con una contrapposizione di classe, un gruppo culturale inferiore, estraneo,  considerato con paura, ostilità, disgusto e disprezzo, perché parlavano yiddish, vestivano diversamente (con caffetani e cernecchie), praticavano il culto ortodosso, versavano in condizioni di povertà estrema ed erano meno integrati, per cui cercavano di prenderne le distanze e di limitarne l’immigrazione di massa da est, per paura che potessero danneggiare la propria rispettabilità sociale, che volevano difendere a loro discapito. A tale proposito lo scrittore ebreo Joseph Roth, ha scritto che è “un fatto – spesso ignorato – che anche gli ebrei possono avere istinti antisemiti”. Se Lutero esortava allo sterminio dei “figli del diavolo”, il poeta ebreo tedesco Heinrich Heine, ha scritto il disgusto e la nausea provata “alla vista di queste creature cenciose e sudice”, che vivevano in “porcilaie”, parlando un linguaggio ripugnante, persi in una “rivoltante superstizione”. Nel libro La banalità del male laArendt ha criticando aspramente il fallimento morale delle leadership ebraiche (Judenräte), accusandole di aver collaborato, in alcuni casi, con i nazisti, facilitando tragicamente la selezione di chi inviare nei campi di concentramento, distinguendo tra ebrei civili (occidentali) ed ebrei primitivi (orientali), sacrificabili. L’invasione degli Ostjuden era una invenzione della propaganda antiebraica tedesca, perché la stragrande maggioranza de circa tre milioni di emigrati ebrei orientali attraversava la Germania solo per raggiungere i porti da cui imbarcarsi per l’America e altre destinazioni, e non aveva alcuna intenzione di fermarsi in un luogo ostile come la Germania, ma la loro presenza aveva provocato persecuzioni, deportazioni, internamento nei campi e aggressioni violente.

Gli orientamenti dei movimenti emancipazionisti ebraici

In questa situazione i movimenti emancipazionisti ebraici, soprattutto gli aschenaziti dell’Europa orientale (che oggi sono oltre l’80% di tutti gli ebrei), erano divisi in tre diverse tendenze: gli autonomisti che intendevano rispettare le diverse nazionalità ebraiche e volevano lottare ciascuno all’interno del proprio stato per l’uguaglianza dei diritti, mentre gli altri due movimenti  proponevano invece l’emigrazione in un alto paese per crearvi un focolare ebraico, divisi in territorialisti, che non avevano scelto una destinazione specifica (pensando soprattutto all’Argentina, al Madagascar o ad una colonia inglese), e i sionisti, che intendevano trasferire tutti gli ebrei in Palestina, a loro volta divisi fra gli spiritualisti, di Ahad Ha’am (Asher Zvi Ginsberg) che volevano crearvi un luogo per la rinascita culturale, spirituale e morale dell’ebraismo e condividerla con i palestinesi autoctoni e i politici, di Theodor Herzl, che invece volevano effettuarvi una pulizia etnica, espellendoli.

Gli autonomisti erano sostenuti dagli ebrei ortodossi, ovvero delle autorità religiose ebraiche dei diversi Paesi, per difendere le proprie specificità culturali, linguistiche e religiose, che erano profondamente ostili alle altre due ipotesi, che implicavano il trasferimento degli ebrei in altri territori, soprattutto in Palestina, anche perché ritenevano che il ritorno in Palestina fossa possibile solo con l’avventi del Messia (che naturalmente per loro non era Gesù Cristo) e volerlo prima era una bestemmia e perciò molti rifiutano tuttora di prestare il servizio militare e alcuni (i Neturei Karta), anche di partecipare alle elezioni. La maggioranza delle comunità ebraiche della diaspora era contraria, in particolare quelle in Medio Oriente, e anche gli ebrei palestinesi, dell’antico Yishuv, già presenti fin dall’antichità, che vivevano pacificamente con i musulmani, vi si erano opposti con molta forza. Herzl aveva trovato perciò una forte ostilità anche da parte di numerosissimi intellettuali ebrei, , comeallora Albert Einstein, Hanna Arendt, Rosa Luxemburg, Lev Trotsky, Primo Levi, Sigmund Freud, Erich Fromm, Isaac Asimov e, in anni più recenti, Uri Avnery, Noam Chomsky, Gabriel Kolko, Amos Oz,  Moni Ovadia, Richard Cohen, Henry Siegman e Michael Lerner, e moltissimi altri, oltre a numerosissime associazioni democratiche ebraiche e israeliane, come B’Tselem, la Rete Internazionale degli ebrei antisionisti, Peace now e parecchi altri. Alla fine però si affermarono i sionisti politici aschenaziti dell’Europa orientale, che intendevano, con Theodor Herzl, creare uno Stato ebraico puro in Palestina, allora ottomana, che definivano “Terra di Israele”, e che ritenevano spettasse loro di diritto, essendo stata promessa da Dio al suo “popolo eletto”, cacciando i palestinesi come intrusi.

Va ricordato che nell’antichità nel Levante ogni tribù aveva, oltre ad un Dio generale (El, Elohim, Ilu, al-Lah, padre degli Dei, con la moglie Asherah, o Astarte, madre degli Dei) anche un proprio Dio protettore tribale specifico, diverso dagli altri (Yahweh per gli ebrei, Chemosh per i Moabiti, Moloch per gli Ammoniti, Dagon per i filistei, Melquart per Tiro, ecc.) che li difendeva dai nemici, per cui l’antica religione ebraica delle origini è descritta non come un “monoteismo”, ma come una forma di “enoteismo” o “monolatria”, che prevede la venerazione di una divinità principale la cui supremazia è riconosciuta su tutte le altre, senza però negare l’esistenza di altre divinità minori o straniere, degli altri popoli confinanti, che avevano i loro Dèi patroni, che esistevano e venivano ritenuti Dei, ma non dovevano essere adorati dagli Israeliti. Il primo comandamento, “Non avrai altri dèi di fronte a me” è interpretato dagli studiosi non come “non esistono altri dèi”, ma come “non devi venerare altri dèi accanto a me”. L’affermazione del monoteismo, ovvero l’idea che esista solo Yahweh e che tutti gli altri dèi siano idoli falsi e inesistenti, s’è consolidata definitivamente solo dopo l’esilio babilonese (VI sec. a.C.), come segno identitario del popolo ebraico. Anche nell’Antico Testamento la distinzione tra Yahweh e il pantheon cananeo era assai meno netta di quanto diventerà in seguito.

La vera origine degli ebrei aschenaziti

Lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, concessa da Dio, oltre che essere assurda, presentava numerose incongruenze, perché si trattava d’una terra già densamente popolata, i principali sostenitori della colonizzazione erano atei pur giustificando l’occupazione come una volontà divina, e gli storici (Ilan Pappé, Schlomo Sand, ecc.) e genetisti ebrei (Eran Elhaik, ecc.) avrebbero poi dimostrato (come aveva compreso per primo lo scrittore ebreo anglo ungherese  Arthur Koestler, autore di Buio a mezzogiorno), gli aschenaziti non sono i discendenti degli antichi ebrei, come sono invece i palestinesi, ma sono invece “conversi”  indoeuropei e caucasico-turcomanni, discendenti dal popolo dei Cazari, che occupava un’ampia zona del sud della Russia fino al Caucaso, convertiti all’ebraismo nel 740 dai loro capi mongoli per distinguersi dai popoli circostanti, e quindi non sono affatto semiti come gli arabi, palestinesi compresi,  e gli etiopi (quasi mezzo miliardo e mondo) , e ciò smonta qualsiasi pretesa mitologica d’un ritorno alla terra dei padri (dato che i loro padri non provenivano affatto da lì), Si tratta dell’unico argomento invocato, sia pure del  tutto mitologico e irrazionale, per giustificare un diritto al colonialismo di sostituzione in Palestina ed è dunque del tutto privo di fondamento. Il genoma dei Cohanim (il cui cognome Cohen distingue, di padre in figlio, le famiglie di sacerdoti ereditari ebraici) rivela una discendenza patrilineare comune, spesso associata alla figura biblica di Aronne, e possiedono una “firma genetica” comune (Aplotipo Modale Cohen – CMH, presente sul cromosoma Y, maschile) in un’alta percentuale dei Cohen, indicando un antenato comune vissuto circa 3.000 anni fa nel Vicino Oriente, e si tratta d’un genoma del tutto diverso dagli altri ebrei degli stessi Paesi, che hanno, come abbiamo visto, un’origine comune con il resto della popolazione locale.

Il colonialismo ebraico

Herzl era convinto della necessità di avere l’appoggio d’una potenza europea per conquistare quel territorio ottomano, e aveva chiesto il sostegno agli inglesi, con una proposta di collaborazione coloniale, promettendo loro di diventare un presidio coloniale dell’impero britannico contro la “barbarie orientale” degli arabi, per cui, al primo congresso sionista del 1897 (che doveva svolgersi a Berlino, ma che i rabbini tedeschi, profondamente contrari, avevano chiesto alle autorità di vietarlo, e si trasferì a Basilea), aveva affermato l’indispensabilità della pulizia etnica della Palestina, avvertendo però che tale operazione doveva essere realizzata gradualmente, perché altrimenti sarebbe stata impedita dagli altri Paesi. Il primo passo è stato quello di creare delle potenti strutture economiche e reti di sostegno finanziario (Jewish National Fund, Palestine Jewish Colonisation Association, Organizzazione Sionista Mondiale, Società di Colonizzazione, Agenzia ebraica e banche e finanzieri privati), per favorire l’immigrazione (Aliyah) dall’Europa orientale e per acquistare direttamente le terre della Palestina o finanziarne l’acquisto dai latifondisti turchi (con l’impegno di non rivenderle mai agli arabi), espellendone i contadini poveri palestinesi (fellahin) che vi lavoravano da generazioni e costruendo uno sviluppo economico totalmente separato, sovvenzionando i lavoratori ebrei con salari più che doppi rispetto a quelli palestinesi. I Kibbutz, nati intorno al 1909-1910, erano basati su regole rigidamente egualitarie, proprietà collettiva e gestione comune delle risorse ed i membri, che erano spesso giovani provenienti dall’Europa orientale, vivevano in un regime definito all’epoca “anarco-comunista”, che richiedeva la totale identificazione con la comunità, ma si trattava d’un collettivismo di tipo spartano, perché erano comunità combattenti, nate per espellere dal territorio i palestinesi, strutturate sul modello “torre e palizzata”, come i forti del Far West, che dopo la Nakba sono stati localizzati presso le rovine dei villaggi palestinesi distrutti e da cui era stata espulsa la popolazione ed hanno svolto un ruolo centrale nella costruzione dello Stato ebraico, puntando alla creazione di una classe operaia ebraica e alla valorizzazione del lavoro manuale, ma dedita alla pulizia etnica del territorio. L’espulsione dei palestinesi dalle proprie terre per il controllo ebraico del territorio con l’acquisto di terreni e l’immigrazione ebraica, con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico puro, privo di palestinesi, col sostegno degli inglesi, ha provocato diverse insurrezioni dei palestinesi (1920, 29, 36-39), duramente represse dagli inglesi e culminate nella “catastrofe” (Nakba) del 1948. 

Il “muro di ferro” di Jabotinsky

Ma a realizzare il primo passo militare del progetto di conquista indicato da Hertzl, è stato poi Vladimir Zev Jabotinsky (fondatore dell’ebraismo revisionista, assai più feroce), soprannominati Vladimir Hitler da Ben Gurion, per le sue simpatie naziste (“come i nazisti vogliono uno stato etnicamente puro in Germania, così lo vogliamo anche noi in Palestina”). Jabotinsky, naturalizzato cittadino italiano, era ammiratore di Mussolini da cui aveva ottenuto la fondazione della Scuola marittima sionista di Civitavecchia, per addestrare circa 300 cadetti ebrei che diventarono poi i fondatori della Marina Militare israeliana.

Zev aveva cercato alleanze con i nazisti e con i Paesi più antisemiti (Germania, Polonia, Romania) per il comune obiettivo di trasferire tutti gli ebrei in Palestina, per aumentarvi la popolazione ebrea, espellendola dai paesi europei. Per questo aveva fondato a Riga il Betar, un’organizzazione giovanile sionista combattente, e dopo aver partecipato all’Haganah, la prima milizia sionista combattente, insoddisfatto della sua aggressività, da lui ritenuta insufficiente, aveva poi operato una scissione, per fondare l’organizzazione più radicale e terrorista dell’Irgun, da cui poi è derivata l’ancor più terrorista Lehi-Stern Gang, giungendo, attraverso varie vicissitudini, all’attuale Likud di Netanyahu, che discende politicamente appunto da Jabotinsky, di cui ha ereditato il progetto di pulizia etnica e l’aggressività. Queste organizzazioni terroriste avevano poi fondato lo Stato di Israele, attraverso il genocidio della Nakba, distruggendo 530 villaggi palestinesi, massacrando l’intera popolazione, bambini compresi, di numerosi di essi, per spaventare e far fuggire all’estero un milione di palestinesi (secondo i documenti desecretati da Israele), ovvero quasi il 90% della popolazione del Paese. Jabotinsky sosteneva che la colonizzazione sionista di Israele può procedere solo a dispetto della popolazione nativa palestinese, solo dietro un ‘muro di ferro’ che i nativi non potranno penetrare”.

La Jewish Legion

Allo scoppio della guerra 1914-1918 Vladimir Jabotinsky e Joseph Trumpeldor avevano creato in Egitto, sotto controllo inglese dal 1882, un’unità militare formata da ebrei rifugiati dalla Palestina, allora parte  dell’Impero Ottomano, ed altri provenienti da Stati Uniti e Canada per combattere a fianco dei britannici per liberare la Palestina dai turchi e per preparare militarmente dei combattenti per la successiva conquista ebraica del Paese, contro gli arabi, nel quadro del progetto di pulizia etnica di Herzl. Inizialmente, nel 1915, gli inglesi avevano rifiutato di impiegare dei volontari ebrei sul fronte palestinese, perché temevano che il loro addestramento potesse poi servire anche per combattere contro di loro, ma accettarono la creazione di strutture ausiliarie non combattenti, come lo Zion Mule Corps (Corpo dei mulattieri di Sion) per il trasporto di rifornimenti. Questa unità, composta per la maggior parte da volontari ebrei, operò nella fallita campagna britannica di Gallipoli, nel 1915, per forzare i Dardanelli turchi, terminata con 250.000 morti e l’affondamento di numerose navi. Dopo lo scioglimento dello Zion Mule Corps, Jabotinsky insistette presso le autorità britanniche per la creazione di un’unità combattente vera e propria e infine, il 29 luglio 1917, Londra, che aveva bisogno di rinforzi, approvò l’istituzione dei battaglioni ebraici del Reggimento Reale di Londra (Jewish Legion, tradotta in italiano Legione ebraica), inquadrati nei Royal Fusiliers, che combatterono successivamente sul fronte palestinese. Nel contempo avevano costruito in Palestina una rete di spionaggio ebraica, la NILI, per fornire informazioni strategiche all’esercito britannico. Terminata la guerra la Jewish Legion venne gradualmente sciolta, ma sopravvisse un solo battaglione, quello dei First Judeans (Primi Giudei), col motto Kadima (Avanti), che nel 1920, con la costituzione del mandato britannico, formò il nucleo fondamentale dell’Haganah, la prima organizzazione paramilitare ebraica che combatté nel 1920-21, per reprimere le rivolte palestinesi contro l’espulsione dalle terre operata dai coloni ebrei, e che divenne poi la base dell’esercito israeliano a cui fornì anche numerosi generali, realizzando in tal modo l’obiettivo de Jabotinsky. Dietro alla promessa inglese, fatta da Sir Henry McMahon, di costituire uno stato arabo indipendente, comprendente la Palestina, gli arabi, guidati da Lawrence d’Arabia assieme allo Sceriffo della Mecca, Faysal bin al-Husayin, avevano contribuito alla vittoria inglese sui turchi, insorgendo e conquistando obiettivi strategici come Aqaba e Damasco, e sabotando la ferrovia dello Hegiaz. Tuttavia la Gran Bretagna non mantenne la sua promessa, stipulando, nel 1916, l’accordo segreto Sykes-Picot per dividere il Medio Oriente in sfere d’influenza con la Francia, contraddicendo la promessa di indipendenza fatta agli arabi, e poi, con la Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 la Gran Bretagna, in cambio del sostegno finanziario dei Rothschild alle spese di guerra, promise agli ebrei la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina, a scapito dei palestinesi. Nel 1922 la Società delle Nazioni ha incorporato tale dichiarazione nel Mandato britannico della Palestina, favorendovi un forte incremento dell’emigrazione ebraica. Lawrence fu profondamente amareggiato dal tradimento delle promesse del governo britannico, sentendosi responsabile per aver ingannato i suoi alleati arabi, e visse una profonda crisi morale, ritirandosi dalla vita pubblica e rifiutando le onorificenze britanniche. Il tradimento britannico è stata la causa prima dell’ormai più che secolare conflitto israelo-palestinese.

Le restrizioni inglesi all’immigrazione ebraica

Dopo le rivolte palestinesi contro l’espulsione dei contadini dalle terre acquistate dagli ebrei, negli anni ’30 gli inglesi avevano cercato, con l’Hope Simpson Report, di limitare l’immigrazione ebraica, e quindi l’ulteriore espulsione dei palestinesi, sulla base della capacità economica della Palestina di sostenere nuovi immigrati, riducendo le consistenti quote richieste dalla Agenzia Ebraica. Nel 1939 il governo britannico di Neville Chamberlain pubblicò un Libro bianco che, per limitare le tensioni demografiche con gli arabi, abbandonava l’idea di stabilire un dominio ebraico in Palestina, limitando l’immigrazione degli ebrei a  15.000 annui e a 75.000 in cinque anni, per poi cessare del tutto. Inoltre limitò severamente la vendita di terre agli ebrei nel 95% del territorio palestinese, per impedire l’espulsione dei contadini palestinesi, che era la forma di pulizia etnica fino ad allora adottata dalle istituzioni finanziarie ebraiche. Queste restrizioni avevano aperto un aspro conflitto fra le organizzazioni terroristiche ebraiche e gli inglesi del Mandato. Nonostante questo conflitto, quando la gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania nazistaDavid Ben Gurion, capo dell’Agenzia ebraica, dichiarò “combatteremo il Libro bianco come se non ci fosse guerra, e la guerra come se non ci fosse alcun libro bianco”. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per contenere il forte aumento dell’immigrazione di massa clandestina ebraica i britannici intercettavano e rimandavano indietro le navi cariche di immigrati, come nel famoso caso dell’Exodus nel 1947, due anni dopo la fine della guerra.  

Il terrorismo ebraico contro il Mandato

Le limitazioni poste dalle autorità britanniche del Mandato alle ambizioni ebraiche sulla Palestina avevano provocato, nel gennaio del 1944, l’apertura d’un aspro conflitto contro l’amministrazione britannica, con una serie di attacchi terroristici da parte delle tre organizzazioni paramilitari clandestine, Haganah (col Palmach combattente) di Yigal Allon e Moshe Dayan, Irgun di Menachem Begin, e Lehi-Stern Gang di Yitzhak Shamir (che aveva chiesto l’alleanza dei nazisti tedeschi contro le autorità britanniche), che hanno agito insieme nel 1945-1946, nel “Movimento di Resistenza Ebraica“, con l’obiettivo di incentivare l’immigrazione ebraica e sostenere la creazione di uno Stato ebraico, rendendo ingovernabile la Palestina per i britannici, costringendoli a rinunciare al Mandato, un obiettivo raggiunto nel 1947, che ha portato poi al piano di spartizione dell’ONU. Gli atti terroristici sono stati molto numerosi, ma i principali sono stati gli attacchi agli uffici immigrazione, stazioni di polizia (con l’uccisione in un attacco di 7 poliziotti inglesi) e uffici postali ad Haifa, Gerusalemme e Tel Aviv; l’assassinio al Cairo di Lord Moyne, Ministro residente britannico in Medio Oriente; l’attentato al King David Hotel, sede del quartier generale britannico, con la morte di 91 persone tra civili, militari e funzionari governativi; l’uccisione del conte svedese Folke Bernadotte, primo mediatore ufficiale dell’ONU in Palestina; l’attentato all’Ambasciata britannica a Roma, ecc. Queste formazioni terroristiche furono responsabili della Nakba, la prima pulizia etnica della Palestina, con la distruzione dei 530 villaggi palestinesi, dei massacri di molti di essi e la cacciata d’un milione di palestinesi (cifra fornita dai documenti israeliani desecretati). Poi si fusero per costituire l’esercito israeliano, denominato IDF, Forze di Difesa Israeliana, nonostante la loro costante attività aggressiva. 

Per i sionisti più intransigenti la conquista della Palestina e la sua pulizia etnica è un compito sacro, imposto dal patto con Dio e deve essere raggiunto con ogni mezzo, oltre ogni vincolo morale, sull’esempio del trattamento riservato ai cananei nella Bibbia, perché si considerano il “popolo eletto”, al di sopra dei vincoli posti dalle leggi umane, e in ciò sono stati imitati dall’“eccezionalismo” statunitense dei sionisti evangelici, che deriva dai “padri pellegrini” puritani sbarcati dal “Mayflower”. “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, la intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua attuale popolazione” (Ben Gurion, capo dell’Haganah, A biography, NY ‘78). “Non vi può essere il sionismo, la colonizzazione, né tanto meno uno stato ebraico, senza l’espulsione degli arabi e la espropriazione delle loro terre”. (Ariel Sharon, capo dell’Irgun, 15.11.95).  Golda Meir aveva affermato che «non esiste qualcosa come un popolo palestinese, “non è che siamo venuti, li abbiamo cacciati fuori e abbiamo preso il loro paese, loro non esistevano” (Sunday Times 15.6.1969). Newt Gingrich, repubblicano statunitense, sionista cristiano, ha detto che “quello Palestinese è un popolo inventato”. Oggi l’idea è ancora la stessa. Avigdor Lieberman, ex ministro degli esteri, ha detto nel 2015, dunque ben prima del 7 ottobre, “faremo di Israele uno Stato etnicamente omogeneo, facendo a Gaza ciò che gli Stati Uniti hanno fatto al Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale”, forte del fatto che Israele è il solo Paese del medio Oriente che possiede armi nucleari (da 300 a 400). Eli Yishai, ex ministro degli Interni, nel giugno 2012 aveva dichiarato: “Userò tutti i mezzi per espellere gli stranieri, perché Israele appartiene all’uomo bianco!”

La Jewish Brigade

Sulla falsariga dell’esperienza della Jewish Legion, Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, nonostante il conflitto già aperto fra le milizie terroristiche ebraiche e il governo mandatario, offrì al governo britannico la piena collaborazione della comunità ebraica della Palestina mandataria, chiedendo di inserire nell’esercito britannico una formazione separata di combattenti ebraici chiaramente identificabile. Larichiesta venne respinta per il timore degli inglesi circa i veri obiettivi di una tale formazione, che ritenevano servisse, come nel caso della Jewish Legion del 1915, a fornire la l’addestramento militare per la conquista della Palestina, con la cacciata dei palestinesi, combattendo contro arabi e inglesi.  Venne però autorizzato, come nel 1915, l’arruolamento di volontari nelle formazioni ausiliarie non combattenti del Corpo di servizio dell’esercito reale e nel Corpo dei pionieri, a condizione che vi fosse la presenza d’un numero uguale di ebrei e arabi, per contenere la radicalizzazione. Per questo l’Agenzia Ebraica reclutò come volontari, a pagamento, un numero sufficiente di disoccupati arabi per completare i ranghi, in modo che corrispondessero al numero di volontari ebrei, ma la qualità delle reclute fu incredibilmente bassa, con un elevatissimo tasso di diserzione, in particolare tra i componenti arabi, tanto che alla fine le unità rimasero formate in gran parte da soli ebrei. Venne costituita una unità di mulattieri, una società operativa portuale e le società pionieristiche da 601 a 609, ma dal 1942 vennero formate ulteriori numerose unità ausiliarie miste arabo-ebraiche: un servizio territoriale ausiliario femminile, un servizio aeronautico territoriale femminile e vari servizi ausiliari nelle unità locali del Corpo di ordigni dell’esercito reale, quello degli ingegneri reali e il corpo medico della Royal Army, più nove compagnie di fanteria non da combattimento, come parte del Royal East Kent Regiment, per essere usate come guardie per i campi di prigionieri di guerra in Egitto. Nell’agosto 1942 venne infine formato, con lo stesso reclutamento misto arabo ed ebraico, il Palestine Regiment, che fu chiamato in modo derisorio Reggimento delle Cinque Piastre, a causa del gran numero di volontari arabi che si erano arruolati solo per il bonus in denaro fornito dall’Agenzia ebraica. Non vi era però alcuna formazione combattente completamente ebraica, che era stata invece chiesta dagli ebrei, ma che gli inglesi avevano rifiutato, temendo che potesse diventare la base della ribellione ebraica contro il dominio britannico. Nell’agosto del 1944, verso la fine della guerra, dopo anni di forti pressioni dei sionisti, di Franklin Delano Roosevelt e dell’opinione pubblica americana, Winston Churchill accettò la formazione della Jewish Infantry Brigade Group (spesso abbreviata giornalisticamente in Jewish Brigade, che gli italiani chiamano Brigata Ebraica, ma che non ha mai avuto tale nome italiano), inquadrata nella VIII Armata Britannica, che venne costituita, dopo una lunga trattativa, il 20 settembre 1944, quasi al termine della guerra, iniziata in Italia il 10 luglio 1943 con l’Operazione Husky di sbarco in Sicilia, e  conclusa in Italia con la Resa di Caserta, firmata il 29 aprile 1945. A comandare la Jewish Brigade fu nominato il brigadiere generale canadese Ernest Frank Benjamin, gli ufficiali erano tutti britannici e i circa 5.000 soldati vennero arruolati in Egitto, dove aveva sede il comando, in grande maggioranza provenienti dalla Palestina mandataria (i nuovi Yishuv), fra cui alcuni, pochissimi, di origine italiana, ma molti erano soldati ebrei già inseriti nel Palestine Regiment  e, in numero assai limitato, da ebrei aggregati, provenienti dal Commonwealt britannico (Canada, Unione Sudafricana, Australia e Nuova Zelanda), e da ebrei polacchi e sovietici. Vennero addestrati lungamente in Egitto e trasferiti a Taranto nel gennaio del 1945, per un’ulteriore periodo di addestramento, e poi inquadrati nel X Corpo della’VIII Armata Britannica, comandata dal generale Richard McCreery e, dopo la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945, da parte del 60° Corpo d’Armata del Primo Fronte Ucraino dell’Armata Rossa, che è diventato il Giorno della Memoria e ha segnato la fine della Shoah, il 6 marzo vennero trasferiti nel campo di Cervia, sul fronte romagnolo, e schierati nel settore di Mezzano, prendendo parte ai combattimenti di Alfonsine (19-20 marzo 1945), e a Cuffiano, nella  valle del Senio. Il 27 marzo combatterono al fianco del Gruppo di Combattimento Friuli contro la IV Divisione Paracadutisti tedesca e il 9-10 aprile parteciparono, a fianco di unità italiane e polacche (3ª divisione di fanteria del II Corpo polacco), alla Battaglia dei tre fiumi, con lo sfondamento della Linea Gotica. A causa dei fondati sospetti delle autorità britanniche circa le loro vere intenzioni, il 14 aprile la Jewish Brigade ricevette l’ordine diretto di fermarsi alla periferia di Bologna e di non proseguire oltre, venendo sostituita per la conquista della città dalle altre truppe alleate, perché un suo successo nella conquista della città avrebbe rafforzato le rivendicazioni sioniste in Palestina e sarebbe stato interpretato come il preludio alla formazione d’uno Stato ebraico. La Jewish Brigade aveva combattuto complessivamente per 38 giorni, dal 6 marzo al 13 aprile, con 30 morti dell’Yishuv (più 27 aggregati provenienti da altri Paesi) e 70 feriti.

L’attività della Jewish Brigade a guerra finita

Dopo la fine della guerra in Italia, il 29 aprile 1945, e la resa tedesca, la Yewish Brigade venne messa a  presidiare il campo d’internamento Rimini Enklave per militari tedeschi e il 2 maggio venne trasferita al confine con l’Austria, a Tarvisio, per porla in una posizione più marginale e controllabile. Invece, proprio a Tarvisio, la Jewish Brigade diede vita a due attività clandestine, l’operazione Nakam e l’operazione Bricha, ostili ai comandi britannici. Hanno portato avanti l’Operazione Bricha, per organizzare l’invio clandestino di armi alla Haganah e il reclutamento di ebrei dai Paesi europei per l’immigrazione clandestina in Palestina da impiegare nel conflitto con arabi e inglesi. Nel 1945 Yehuda Arazi, in codice Alon, dirigente delle forze di polizia ebraiche in Palestina ed esponente dell’Haganah (già coinvolto nell’assassinio di Haim Arlosoroff, dirigente socialista dell’Agenzia ebraica), viaggiò in treno, vestito da finto sergente degli ingegneri reali, dalla Palestina mandataria all’Egitto e, attraverso il Nord Africa, fino in Italia, usando nomi e documenti falsi, e nel giugno del 1945 si unì alla Jewish Brigade a Tarvisio, riunendo i membri della Haganah che vi prestavano servizio e chiedendo loro di trovare 5.000 sopravvissuti ebrei per farli emigrare nella Palestina mandataria, reclutandoli nell’Haganah. Anche se il comandante della Jewish Brigade, Aharon Hoter-Yishai, dubitava molto dell’esistenza di tali 5.000 sopravvissuti ebrei, accettò la nuova missione clandestina. Arazi divenne segretamente il responsabile del reclutamento dei sopravvissuti ebrei dell’Europa orientale, per la loro immigrazione clandestina, con la creazione di Hachsharot  (collettivi sionisti per la preparazione all’attività nelle milizie ebraiche che lottavano contro il Mandato britannico), l’acquisto di barche, la fornitura di cibo e la compilazione di elenchi di sopravvissuti da reclutare. Arazi venne ricercato per due anni dalle autorità britanniche dal Mandato per aver rubato fucili alla polizia britannica e averli consegnati alla Haganah.  Anche Israel Carmi, un membro della Brigade che aveva collaborato con la Bricha e s’era dimesso dalla Brigade nell’autunno del ’45, tornò in Italia nel ’46 per operare nuovamente nella Bricha e prese contatti con la Beriha, che svolgeva un compito analogo a quello della Bricha, era organizzata in tutta l’Europa orientale ed era  riuscita a trasferire in Palestina, passando per il Mar Nero, 250.000 ebrei,  e con essa Carmi aprì una seconda rotta in Italia, usando i veicoli dell’esercito britannico della Brigade per trasportare gli emigranti clandestini (fino a un migliaio di persone alla volta) in convogli di camion a Pontebba, per poi farli proseguire, come gli altri, salpando illegalmente dalla Liguria, in particolare da Vado,  verso la Palestina mandataria, contribuendo al trasferimento di 22.000 ebrei.

L’altra attività portata avanti dalla Brigade è stata il “Tilhas Tizig Gesheften (TTG)”, che in yiddish significa “leccami il culo”, composto da squadre di assassini, che hanno effettuato l’operazione Nakam, (vendetta), allo scopo di rintracciare e uccidere, senza processo e in modo spesso brutale, circa 1.500 ex ufficiali tedeschi che avevano partecipato alla repressione contro gli ebrei europei. Ottenevano informazioni sulla loro localizzazione torturando i tedeschi incarcerati. Operavano clandestinamente, sotto la copertura delle divise britanniche e delle attrezzature e veicoli utilizzati dalle truppe britanniche, e ciò contribuì notevolmente al successo dei Nokmim (vendicatori). Inoltre si sono dedicati al contrabbando delle armi per l’Haganah. Si trattava di attività considerate dalle norme internazionali, crimini contro l’umanità, fortemente contrastate dai comandi britannici che, per non aggravare il conflitto con i palestinesi, avevano posto il limite agli ingressi degli ebrei in Palestina. A causa di tali attività illegali e antibritanniche la Brigade entrò in conflitto aperto con i comandi britannici, già preoccupati per le attività terroristiche attuate contro di loro dalle milizie ebraiche, e perciò la Brigade venne allontanata e trasferita da Tarvisio in Belgio e Olanda e, dopo  essere passata sotto il controllo dell’VIII distretto del Corpo dell’Esercito britannico del Reno (nello Schleswig-Holstein), venne fatta rientrare in Palestina e venne sciolta nel luglio del 1946 per ordine del governo britannico, a causa delle crescenti tensioni che si registravano con le organizzazioni terroristiche ebraiche, e i suoi soldati, congedati, vennero reclutati dall’Haganah, dall’Irgun e dalla Lehi-Stern gang, e forti dell’esperienza militare acquisita, furono determinanti nella Nakba e nella proclamazione dello stato di Israele. Confluiti poi nelle forze armate israeliane, 35 divennero generali, il loro brigadiere, Mordechai Markleff, divenne Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, mentre Aaron Remez, già ufficiale veterano della Royal Air Force britannica divenne il secondo comandante in capo dell’Aviazione israeliana, dopo Israel Amir, lituano membro dell’Haganah e amico di Jabotinsky.Il 2 dicembre 1948, Albert Einstein ed Hannah Arendt, assieme ad altri ventisei intellettuali ebrei di alto profilo, inviarono una lettera alla redazione del New York Times per denunciare la deriva nazista imposta dal futuro primo ministro Menachem Begin alla natura dello Stato israeliano, fondato nel maggio dello stesso anno, denunciando il suo partito Herut (poi divenuto il Likud di Netanyahu), come “strettamente simile nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’appello sociale ai partiti nazista e fascista”, collegato al gruppo paramilitare Irgun, descritto come “un’organizzazione terroristica, di destra e sciovinista”, citandolo esplicitamente come massacratore nel villaggio arabo di Deir Yassin (9 aprile 1948), dove la maggior parte degli abitanti (uomini, donne e bambini) fu uccisa, descrivendolo come un esempio del carattere “terrorista” del partito e condannando come metodi “da gangster”, la violenza contro ebrei, arabi e britannici, e la predicazione di un misto di “ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale”, con l’intento di mettere in guardia l’opinione pubblica americana contro il sostegno a Begin durante la sua visita negli Stati Uniti, definendo il suo movimento una “manifestazione di fascismo”. 

Lo scontro fra Israele e l’ONU

Dal 1947 a oggi Israele è il Paese più censurato nelle risoluzioni critiche dell’ONU nei confronti della gestione israeliane dei territori palestinesi occupati, per la costruzione di insediamenti, l’uso della forza, le azioni militari in Palestina e Libano e gli attacchi nei paesi vicini, ritenuti crimini di guerra. Dal 2015 al 2024, l’Assemblea Generale ha adottato 173 risoluzioni contro Israele, rispetto alle 80 adottate per tutto il resto del mondo, e nel solo 2025, sono state approvate ulteriori 15 risoluzioni critiche verso Israele, a fronte di 11 contro tutti altri Paesi, e il 18 settembre 2024, ha approvato una risoluzione che chiedeva a Israele di porre fine alla sua “presenza illegale” nei territori occupati entro 12 mesi, regolarmente disattesa.  Il Consiglio di Sicurezza, sebbene spesso bloccato dal veto statunitense, ha emanato oltre 30 risoluzioni che criticano direttamente le azioni israeliane e oltre 130 risoluzioni legate al conflitto arabo-israeliano, che criticano l’operato di Israele. Dal 2006 al 2024, il Consiglio per i Diritti Umani (UNHRC) ha adottato 108 risoluzioni contro Israele, un numero nettamente superiore a qualsiasi altro Stato. Tra il 2024 e il 2025, le commissioni d’inchiesta ONU e i rapporti indipendenti hanno accusato le autorità israeliane di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, più recentemente, di “genocidio” nella Striscia di Gaza. Queste risoluzioni hanno criticato, nel corso dei decenni, la gestione dei territori occupati, la costruzione di insediamenti, l’uso della forza, e le azioni militari in Palestina e Libano. Dunque queste censure ammontano a diverse centinaia e non sono mai state accolte da Israele, che accusa l’ONU di antisemitismo e rifiuta sia il termine di territori occupati, sostenendo che si tratta di territori propri, concessi da Dio e da loro liberati dagli occupanti abusivi palestinesi, come pure rifiuta l’azione e la presenza dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che svolge un ruolo umanitario e di sviluppo fornendo assistenza, istruzione, sanità e servizi sociali a circa 6 milioni di rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, perché Israele sostiene che non si tratta di rifugiati ma di intrusi abusivi rispetto al volere divino, e che perciò l’azione dell’UNRWA è solo una manovra propagandistica antisemita per mantenere artificialmente in vita un problema del tutto inesistente. Attacca costantemente i campi profughi dei rifugiati massacrando i loro occupanti, come a Sabra e Chatila e nel centinaio di attacchi a partire dalla Nakba. Dopo la Nakba il progetto di pulizia etnica di Herzl è stato portato avanti da Moshe Dayan che, attuando i piani di guerra già preparati da Yitzhak Rabin, con l’Operazione Focus del 6 giugno 1967, con un attacco improvviso dell’aviazione israeliana che aveva distrutto a terra, nel giro di poche ore, oltre 450 aerei delle aeronautiche egiziane, giordane e siriane, danneggiando anche 18 basi aeree in Egitto, vincendo così la Guerra dei sei giorni ed occupando militarmente più del doppio dei territori previsti dall’ONU (Cisgiordania, Gerusalemme est, il Sinai e la Striscia di Gaza), causando la Nasba, ovvero un’ulteriore espulsione di oltre 300.000 palestinesi dai territori occupati da Israele. Si è aperta così una fase di forte repressione dei palestinesi nei nuovi territori occupati, con azioni ben peggiori di quelle compiute in Sudafrica, con la frammentazione del territorio controllato dal governo palestinese (che è solo il 18% della Cisgiordania) in centinaia di piccoli territori (definiti giornalisticamente Bantustan), non comunicanti fra loro perché le strade sono vietate ai palestinesi; con sempre più frequenti molestie, violenze e uccisioni da parte dei coloni, che colpiscono, col  sostegno dell’esercito, anche i bambini, ed a cui è stata garantita l’impunità dal governo; con la confisca di terre per l’espansione degli insediamenti illegali, la distruzione di infrastrutture e abitazioni, gli sfollamenti forzati, la limitazione dell’accesso all’acqua, la distruzione dei mezzi di sussistenza agricoli con la devastazione dei raccolti e l’espianto degli ulivi, ecc.); con le restrizioni estreme (detenzioni amministrative senza limiti di tempo, senza imputazione e giudizio, che colpiscono specialmente i bambini); continue operazioni e raid militari con numerose vittime incluse intere famiglie; attacchi cruenti ai campi profughi; leggi speciali sempre più dure per i soli palestinesi, giudicati, a differenza degli ebrei, secondo il codice militare, dai tribunali militari). Tamir Pardo, ex direttore del Mossad, il servizio segreto israeliano, ha visitato i villaggi palestinesi saccheggiati dai coloni terroristi israeliani, a cui il governo ha assicurato l’impunità, ha detto “mia madre è una sopravvissuta all’Olocausto, e ciò che ho visto qui mi ricorda gli stessi fenomeni diretti contro gli ebrei, e oggi mi vergogno di essere ebreo”.

Il martirio di Gaza

La Striscia di Gaza era sotto l’amministrazione militare egiziana dalla Nakba del ’48, accogliendo molti rifugiati, ma è stata conquistata da Israele nel 1967 (assieme a Cisgiordania, Golan e Sinai), durante la Guerra dei Sei Giorni, e nel 2005 Sharon ha iniziato il cosiddetto “disimpegno unilaterale”, col ritiro delle truppe e dei coloni israeliani, perché il controllo della Striscia era più facile dalla Barriera che la circondava, costruita nel ’96 e continuamente rinforzata, mantenendo però il controllo dei confini (aerei, marittimi e terrestri, nonché dei servizi, i cui rifornimenti, compresa l’elettricità e, soprattutto l’acqua e il cibo, sono controllati interamente dagli israeliani che ne razionano o addirittura impediscono l’accesso) della Striscia, che è stata perciò definita dall’Onu una “prigione a cielo aperto”, un inferno in cui è impossibile vivere. Nel gennaio 2006, con una vittoria a sorpresa alle elezioni legislative in Palestina del 2006, Hamas ha ottenuto la maggioranza alla Camera, con 74 seggi su 132, ma la cosa non è stata accettata da Stati Uniti, UE e Israele, che hanno congelato gli aiuti finanziari all’ANP, sollecitandola a non riconoscerla, sviluppando, tra il 2006 e il 2007, vari tentativi di rovesciare il risultato elettorale. Mahmoud Abbas (Abu Mazen), leader di Fatah e Presidente dell’ANP, ha mantenuto il controllo sulle forze di sicurezza, utilizzandole per creare conflitti con il nuovo governo guidato da Hamas, con tentativi supportati dagli Stati Uniti, nel 2006-2007, per indebolire Hamas e permettere a Fatah di riprendere il pieno controllo, ma nel 2007 Hamas, con i suoi alleati di governo, ha reagito agli attacchi prendendo il controllo della Striscia di Gaza, espellendo le forze ribelli di Fatah, e Abbas, che  a causa delle pressioni internazionali e della lotta per il controllo delle forze armate, ha effettuato un golpe, col sostegno dell’Occidente e di Israele, sciogliendo il governo legittimo di unità nazionale, guidato da Hamas (formato nel febbraio 2007) e ha nominato un governo di emergenza in Cisgiordania, portando alla spaccatura definitiva, con la divisione amministrativa fra Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania. Israele ha imposto un blocco totale a Gaza, sigillando i confini terrestri e quello marittimo, col blocco navale totale, impedendo il movimento di persone e beni e limitando le forniture di elettricità e acqua. Ha iniziato anche continue operazioni militari su larga scala da parte dell’esercito israeliano e innumerevoli raid aerei che hanno provocato gravi danni a infrastrutture civili e numerosissime vittime. Le principali operazioni includono “Piogge estive” (28 giugno 2006, che ha provocato vaste distruzioni, con  l’ingresso di truppe a Gaza e raid aerei che hanno portato alla morte di numerosi palestinesi), “Piombo Fuso” (2008-09, un’offensiva di 22 giorni che ha causato oltre 3.000 abitazioni distrutte e 20.000 danneggiate, con 1.400 morti palestinesi, un terzo bambini, testimoniati da Amnesty International, e con 10 morti israeliani), “Colonna di Fumo” (2012, con intensi raid aerei, terminati con una tregua dopo oltre 150 morti e migliaia di feriti palestinesi, e 5 morti israeliani), “Margine di Protezione” (2014, durata 51 giorni, con la devastazione di infrastrutture con bombardamenti aerei e un’incursione di terra, causando, secondo l’Onu, 2.200 morti e migliaia di feriti palestinesi, in gran parte bambini e donne, e 73 morti israeliani).

Dopo il 2014, la Striscia di Gaza ha vissuto diversi episodi definiti “venerdì di sangue”, caratterizzati da intensi bombardamenti con un elevato numero di vittime solo palestinesi, durante proteste pacifiche al confine, spesso concentrate nel giorno di venerdì, scatenate da condizioni umanitarie disperate, dal blocco pluriennale della Striscia e dalla richiesta del diritto al ritorno dei profughi, sancito dall’Onu ma rifiutato assolutamente da Israele (con la motivazione “la Palestina è nostra, ce l’ha data Dio, e i palestinesi sono solo degli intrusi”). Alcuni dei “venerdì di sangue” più significativi che hanno registrato decine di morti e migliaia di feriti a causa del fuoco a vivo israeliano, sono stati:

la “Marcia del Ritorno”, il 14 maggio 2018, che è stato il giorno più sanguinoso a Gaza, dopo la guerra del 2014, durante una manifestazione pacifica unitaria, da Hamas a Fatah, dei palestinesi contro il blocco israeliano da oltre un decennio della Striscia, che rende la loro vita impossibile, e per le proteste in commemorazione della Nakba e contro il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme. L’esercito israeliano ha attaccato i manifestanti inermi con 15 carri armati, reparti speciali, tiratori scelti e droni, causando oltre 60 morti e oltre mille feriti palestinesi, in prevalenza donne e bambini. L’onlus israeliana B’tselem ha denunciato la strage intenzionale di civili inermi, ma il Ministro della difesa israeliana, Avigdor Lieberman, ha detto che chiunque si avvicina alla Barriera mette a rischio la propria vita. 

– l’Intifada di Gerusalemme, nell’ottobre del 2015, nella quale si sono registrate numerose vittime minorenni palestinesi uccise nei pressi della barriera di confine in un solo venerdì.

  • – nei giorni precedenti al 9 maggio 2023 si sono verificati intensi bombardamenti israeliani su Gaza, con numerose vittime palestinesi. Dal 2015 al 2022 i palestinesi uccisi dagli israeliani sono stato oltre 1.500, in prevalenza donne e bambini.

L’“Operazione Diluvio di Al-Aqsa

L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 con l’ “Operazione Diluvio di Al-Aqsa” è stato preceduto per mesi da un complesso intreccio di crescenti tensioni, dalla risposta agli scontri nella Moschea al-Aqsa, al blocco pluriennale di Gaza, all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, ai coloni che, grazie all’impunità garantita dal governo, regolarmente uccidono e bruciano le case palestinesi, fino alla volontà di Hamas di bloccare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi arabi, con l’“accordo di Abramo”, fatto in assenza e alle spalle del palestinesi, ANP compresa. Il nome di “Diluvio di Al-Aqsa” deriva dalle incursioni israeliane nella moschea al-Aqsa, la “Cupola della Roccia”, l’edificio islamico più antico del mondo costruito nel 691 d.C. e il secondo tempio più sacro dei musulmani, dopo la Mecca, come luogo dell’ascensione di Maometto. Secondo gli ebrei la “Pietra della Fondazione”, situata sotto la Cupola della Roccia nella Spianata delle Moschee (Monte del Tempio) a Gerusalemme, custodita dall’esercito giordano, è il sito profetizzato per l’edificazione del Terzo Tempio che, secondo gli ebrei ortodossi verrà costruito dal Messia dopo la distruzione della moschea di al-Aqsa, e nel 1990 il Movimento dei Fedeli del Monte del Tempio tentò di posare una pietra angolare sul sito, che per i musulmani è un atto sacrilego, per preparare la costruzione fisica del Terzo tempio, il “Tempio di Ezechiele”, la dimora eterna di Dio, il cui avvento sarebbe preparato dalla nascita  d’una mucca interamente rossa, come segnale della fine dei tempi, dell’imminente costruzione del Terzo Tempio e dell’avvento dell’era messianica. Recentemente, esemplari di mucche rosse, ritenuti conformi alla profezia, sono stati portati in Israele, alimentando conflitti religiosi e geopolitici. Ma le cause del conflitto sono molteplici, dal blocco imposto da Israele ed Egitto dal 2007 sulla Striscia di Gaza che ha creato una profonda crisi umanitaria e una disperazione crescente, ai continui attacchi degli israeliani, alla continua espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, alla situazione dei prigionieri palestinesi, prevalentemente infantili, della “detenzione amministrativa”, senza accuse e senza processo, hanno alimentato il risentimento. L’obiettivo era quello di catturare dei prigionieri per farne oggetto di scambio per l’interruzione dei massacri dei coloni, a cui il governo israeliano offre il sostegno dell’esercito e la completa impunità. Comprende anche l’opposizione all’“Accordo di Abramo”, fatto sopra le teste dei palestinesi senza la l loro partecipazione. Il 22 gennaio 24, Hamas ha rilasciato un documento di 16 pagine, per “chiarire la realtà di ciò che è accaduto il 7 ottobre, le motivazioni dietro, il suo contesto generale legato alla causa palestinese, e la confutazione delle accuse israeliane e mettere i fatti in prospettiva”, ricordando che “la battaglia del popolo palestinese contro l’occupazione e il colonialismo non è iniziata il 7 ottobre, ma 105 anni fa, con 30 anni di colonialismo britannico e 75 anni di occupazione sionista. Le bande sioniste hanno messo in atto azioni di espulsione forzata e azioni di genocidio nei confronti popolo palestinese, che  ha sofferto ogni forma di oppressione, ingiustizia, espropriazione dei suoi diritti fondamentali e politiche di apartheid”. Tra “gennaio 2000 e settembre 2023, l’occupazione israeliana ha ucciso 11.299 palestinesi e ne ha feriti altri 156.768, la grande maggioranza dei quali erano civili”, come risulta dai rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch. “Nonostante le centinaia di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza contro Israele, il veto degli Stati Uniti ha impedito una condanna e un’azione contro lo Stato sionista e la comunità internazionale non ha mai fatto alcunché affinché il processo di pace di Oslo avesse un reale seguito. … Israele non vuole uno Stato palestinese, come richiesto dall’Onu, ma un grande Stato ebraico che comprenda Gaza e Cisgiordania”. Le continue richieste palestinesi di giustizia di fronte agli organismi internazionali hanno sempre trovato la puntuale ostruzione dei Paesi occidentali che però al contempo “affermano di sostenere valori di giustizia”, perché “vogliono mantenere Israele come uno stato al di sopra della legge e garantire che sfugga alla responsabilità”. Hamas giustifica l’operazione del 7 ottobre come “un atto difensivo nel quadro della liberazione dall’occupazione israeliana, della rivendicazione dei diritti dei palestinesi e del cammino verso la liberazione e l’indipendenza, come hanno fatto tutti i popoli del mondo” e rivendica di aver ucciso soltanto soldati e persone armate e cita la stessa stampa di Israele per sottolineare come molti civili israeliani siano stati uccisi in realtà dalle stesse forze di sicurezza israeliane. La situazione abitativa e infrastrutturale a Gaza, a seguito del conflitto iniziato il 7 ottobre 2023, è stata descritta come una distruzione di massa e sistematica, con stime che indicano la devastazione di una parte enorme del territorio, trasformando gran parte della Striscia in un cumulo di macerie e detriti, con la distruzione sistematica e totale, secondo le analisi del Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT), degli edifici, circa 193.000, anche con demolizioni sistematiche, comprese le infrastrutture essenziali, facendo “tabula rasa”, di 213 ospedali, 1.029 scuole e università, oltre il 57% delle infrastrutture idriche (per cui il 98% dell’acqua a Gaza non è potabile), ma anche luoghi di culto cristiani e musulmani, inclusi i cimiteri. Uno studio di The Lancet ha indicato che le “morti indirette”, causate da carestia, malattie e mancanza di cure sanitarie, potrebbero essere fino a 186.000, considerando gli effetti a lungo termine, di cui oltre il 50% delle vittime sono donne, bambini e anziani. Tra I morti si contano centinaia di operatori umanitari, medici e giornalisti, presi di mira per la loro attività. Studi citati da Emergencyevidenziano che il numero reale di morti potrebbe essere superiore del 40% rispetto alle stime ufficiali, a causa delle difficoltà nel conteggio dei corpi sotto le macerie o non registrati negli ospedali. Questi dati evidenziano una crisi umanitaria e abitativa senza precedenti, che ha lasciato la popolazione civile senza riparo e con necessità di aiuti umanitari, ora bloccati, su larghissima scala, con molte agenzie umanitarie e osservatori che descrivono la situazione come una massiccia operazione di pulizia etnica e genocidio, il che ha portato il Sudafrica  a denunciare Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia con un dossier di 84 pagine, per violazione della Convenzione sul genocidio del 1948, contenente cinque atti di genocidio, con l’accusa Israele di uccisioni di massa di palestinesi, inflizione di gravi danni fisici e mentali, espulsione forzata e condizioni di vita intese a causare la distruzione fisica del gruppo a Gaza, citando le dichiarazioni di alti funzionari israeliani che indicano un intento genocida. Nel gennaio ‘24 la Corte ha stabilito che le accuse sono plausibili e ha imposto a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire atti di genocidio, impedire e punire l’incitamento diretto al genocidio e garantire l’assistenza umanitaria, senza alcun risultato, ma non ha imposto un cessate il fuoco immediato, che era una delle richieste principali del Sudafrica, e la sentenza potrebbe arrivare fra anni. Sebbene fossero progettati da gran tempo, I piani per la conquista o il controllo della Striscia di Gaza, con il trasferimento della popolazione, condannati dall’Onu, sono stati discussi e approvati ufficialmente dal gabinetto di sicurezza israeliano nel 2025, e includono il blocco degli aiuti umanitari.

Gli amici e avversari dei governi israeliani e le accuse internazionali

Benjamin Netanyahu ha voluto posizionare Israele come un attore chiave in una rete mondiale di governi di estrema destra, e ha definito Trump il “più grande amico” che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca. Occorre ricordare che oltre al legame storico degli Stati Uniti come avamposto dell’Occidente in Medio Oriente, rafforzato dalle lobby statunitensi dei sionisti ebraici e di quelli evangelici, molto più numerosi, Israele aveva consolidato un forte rapporto con il Sud Africa razzista dell’apartheid, a cui aveva fornito armi, addestramento per l’esercito e costruito ordigni nucleari, poi eliminati da Nelson Mandela. Il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, cittadino italiano, ha firmato l’Accordo di Isacco con Netanyahu, esprimendogli una solidarietà politica illimitata, mentre Maria Corina Machado, plurigolpista venezuelana e Premio Nobel per la Pace, aveva chiesto l’intervento militare israeliano in Venezuela, poi effettuato da Trump. Il governo Meloni è stato considerato tra egli alleati più fidati di Netanyahu, che annovera fra i suoi amici e sostenitori la spagnola neofranchista Vox e la sua rete sudamericana dell’Iberosfera, con la Carta di Madrid di estrema destra, a cui ha aderito anche la Meloni. Tuttavia, le politiche di Netanyahu, specialmente quelle recenti, hanno creato tensioni anche con i suoi alleati storici, tanto che il suo governo è stato descritto come problematico per la sicurezza di Israele stesso da alcune voci ebraiche internazionali. Numerosi sono anche le associazioni e le istituzioni internazionali che hanno condannato duramente il regime di Netanyahu. La ICCPR (Convenzione internazionale per i diritti civili e politici) dell’ONU considera la discriminazione e il trasferimento forzato di popolazione dei territori occupati un “crimine di guerra”. Il Tribunale Russell per la Palestina, ha dichiarato nel 2011 che “Israele sottopone il popolo della Palestina a un regime istituzionalizzato di dominazione che viene considerato come apartheid in base al diritto internazionale. L’attuale regime di Israele fa uso di pratiche segregazioniste e razziste. A causa della legge israeliana i cittadini palestinesi di Israele, pur godendo del diritto di voto, non fanno parte della nazione ebraica e sono oggetto di una discriminazione sistematica su una vasta gamma di diritti riconosciuti dell’uomo”. Anche l’ex presidente statunitense Carter aveva denunciato l’esistenza dell’apartheid in Palestina.

Molti sono i Paesi, specie i Brics e il Terzo Mondo, che hanno condannato il genocidio israeliano. Già Nelson Mandela aveva detto che “la discriminazione razziale in Israele è vita quotidiana per la maggioranza dei palestinesi. L’apartheid è un crimine contro l’umanità. Israele ha privato milioni di Palestinesi della loro libertà e delle loro proprietà, perpetua un sistema di discriminazione razziale e di disuguaglianze. Ha incarcerato e torturato sistematicamente migliaia di palestinesi, in violazione del diritto internazionale. Ha scatenato una guerra contro la popolazione civile, in particolare nei confronti dei bambini”, e ha aggiunto che “sappiamo molto bene che la nostra libertà è incompleta senza quella dei palestinesi”. Per questo proprio il Sudafrica post apartheid ha avviato alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, procedimento contro Israele accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio del 1948 in merito alle azioni militari nella Striscia di Gaza. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso il 21 novembre 2024 due mandati di cattura per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, che riguardano l’uso della fame come metodo di guerra e il divieto di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. 

I confini della Palestina

Israele non ha mai voluto avere una Costituzione perché vi avrebbe dovuto indicare i propri confini, che i sionisti revisionisti da cui il partito Likud discende, volevano assai più ampio dell’attuale Palestina e l’hanno più volte indicato come esteso “sulle due rive del Giordano”, ovvero comprendente la Giordania, ma si sono spesso rifatti ai versetti biblici (Genesi 15,18) che La mappa della “Eretz Yisrel Haslemah”  (“Grande Israele”, definita anche Completa Terra d’Israele” o “Tutta la Terra d’Israele”), che corrisponde alla “Terra Promessa” , come definita nel libro della Genesi (15:18-21), parla d’un ampio territorio che andrebbe “dal fiume d’Egitto all’Eufrate” (ovvero “dal Nilo all’Eufrate”), come possesso perpetuo ed eterno, ma legato alla fedeltà al patto con Dio ( per cui l’infedeltà porta all’esilio),per definire i confini geografici della “Terra Promessa” da Dio ad Abramo e alla sua discendenza, strettamente legata all’identità del popolo ebraico, che si considera erede di tale promessa, inclusi i proseliti. Copre gran parte della Mezzaluna Fertile,  costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, la Giordania, il Libano, gran parte della Siria, dell’Iraq  e dell’Egitto, e che non è mai stata occupata dagli ebrei, neppure nell’antichità, presenti storicamente in un ambito assai più ristretto, ma apparteneva ad altri popoli  (Cinei, Amorrei, Cananei, Ittiti, ecc.). Questa interpretazione riflette la tradizione ebraica prevalente ed in particolare quella sionista di  Herzl e Jabotinsky, nella quale la terra è promessa in modo specifico come un’eredità esclusiva per i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma, oltre a questa più celebre definizione, la Bibbia, pur affermando un legame esclusivo tra il popolo ebraico e la “TerraPromessa”, contiene altre due definizioni geografiche della Terra d’Israele, che descrivono un territorio più piccolo, e si trovano in “Numeri” (34:1-15), dove è definita la “Terra di Canaan”, con una connotazione religiosa e non geografica,  e in “Ezechiele “ (47:13-20), dove delinea i confini descrivendo un territorio ideale che include sia le aree a ovest che a est del Giordano, con altri confini:

– Confine Settentrionale: Parte dal Mar Mediterraneo verso Hethlon, procede verso Zedad, e si estende fino a Hazar-enan, area situata nell’odierna Siria.

– Confine Orientale: Segue la linea che va da Hazar-enan verso sud, passando per Hauran, Damasco, e corre lungo il fiume Giordano tra la Cisgiordania e la terra di Galaad fino a Tamar, nella zona del Mar Morto.

– Confine Meridionale: Da Tamar si estende fino alle acque di Meriba-Kadesh (Kadesh Barnea), seguendo poi il torrente d’Egitto fino al Mar Mediterraneo.

– Confine Occidentale: Il Mar Mediterraneo stesso, dal confine meridionale fino alla zona di fronte a Hethlon a nord.

Ma esiste una distinzione importante. La conquista della terra di Canaan, narrata principalmente nel libro di Giosuè, narra che gli Israeliti, sotto la guida di Giosué, attraversarono il fiume Giordano per prendere possesso esclusivo del territorio, attraverso una serie di battaglie e campagne militari estremamente cruente e radicali, caratterizzate da distruzioni totali e dall’ordine divino di sterminare le popolazioni cananee preesistenti con la “Guerra santa” dell’l’“herem” (ovvero “votato allo sterminio”), che implica la distruzione totale di città, persone (uomini, donne, bambini) e animali. Il libro di Giosuè è intessuto di tali scontri militari violenti, che rappresentano la realizzazione d’un comando di Dio per evitare che gli Israeliti venissero influenzati dalle pratiche religiose e morali dei popoli cananei, che dovevano perciò essere espulsi. Al contrario in Ezechiele (47:22-23) “questi territori debbano essere condivisi con gli stranieri che vivono al loro interno”. “22: Ne spartirete a sorte dei lotti d’eredità fra di voi e gli stranieri che soggiorneranno in mezzo a voi, i quali avranno generato dei figli fra di voi. Questi saranno per voi come nativi tra i figli d’Israele; tireranno a sorte con voi la loro parte d’eredità in mezzo alle tribù d’Israele”, “23: Nella tribù nella quale lo straniero soggiorna, là gli darete la sua parte”.

Il termine Grande Israele viene oggi spesso usato in chiave irredentista, per riferirsi ai confini storici se auspicati di Israele. Nell’agosto 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” e che sente un legame con la visione del Grande Israele.  Nell’ottobre 2025 la Knesset ha approvato in via preliminare (una delle tre votazioni necessarie) un disegno di legge, proposto da Avi Maoz ed altri esponenti di estrema destra, per l’annessione della Cisgiordania e degli altri territori occupati, che costituisce una violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU. Il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo militare della Striscia di Gaza anche dopo la guerra. 

Intanto prosegue l’“annessione di fatto”, o “silenziosa”, attuata con diversi strumenti. Nell’agosto 2025, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 3000 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, facilitando l’acquisto di terre da parte dei coloni e autorizzando il governo a registrare territori palestinesi come “terre statali” israeliane, dichiarando che l’obiettivo è quello di impedire definitivamente la possibilità di nascita di uno Stato palestinese, svuotando gli Accordi di Oslo, e ponendo, secondo gli osservatori, una “pietra tombale” sul processo di pace e sulla soluzione a Due Stati. Prosegue anche l’accelerazione sul progetto E1, che prevede la costruzione di insediamenti e infrastrutture tra Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania, giungendo fino alle rive del Mar Morto, vietate ai palestinesi, separando di fatto i territori palestinesi fra nord e sud. Recenti dichiarazioni di esponenti governativi israeliani, in particolare nel contesto del conflitto in corso a Gaza, hanno mostrato una forte accelerazione degli obiettivi più radicali di annessione territoriale che riflettono il concetto del “Grande Israele”. Ad esempio, il Ministro della Cultura israeliano, Hili Tropper, ha definito Gaza una terra “nostra”, e i palestinesi come solo “ospiti” , rivendicandone l’annessione. Netanyahu ha descritto la necessità di una “grande minaccia” per la realizzazione del Grande Israele e nel suo intervento all’ONU ha indicato l’obiettivo della normalizzazione con i paesi arabi del Golfo, mantenendo al contempo il controllo territoriale dell’intera Palestina per ragioni di “profondità” strategica. Questa strategia di annessione territoriale, già indicata da Herzl nel 1897, viene falsamente giustificata con problemi di sicurezza, nonostante il fatto che Israele sia uno dei Paesi più armati del mondo e l’unico del Medio Oriente dotato d’un importante armamento nucleare, mai ufficialmente denunciato per evitare controlli internazionali, mentre  l’attacco all’Iran, giustificato con l’obiettivo di impedirgli l’accesso all’armamento nucleare, si scontra col fatto che il Leader Supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, nel 2003, aveva fatto una “fatua”, un decreto religioso (“haram”, cioè un divieto) che vieta la produzione, lo stoccaggio e l’uso di armi nucleari, chimiche e di distruzione di massa, definendole in contrasto con i principi dell’Islam, come un “grande e imperdonabile peccato”. L’Iran, che a differenza di Israele è sottoposto al controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), ha continuato a l’arricchendo l’uranio oltre le soglie civili, ma ben lontane da quelle necessarie all’armamento nucleare, a scopo negoziale, come merce di scambio a fronte degli attacchi di Israele e Stati Uniti, e il presidente iraniano, Pezeshkian, ha ribadito nel novembre 2024 ,la validità della fatua, che rimane un pilastro ufficiale della postura iraniana. A differenza di quanto dichiarato da Trump e Netanyahu, sull’imminenza della possibilità iraniana di fabbricazione d’una bomba nucleare, posto che decidessero di farlo, richiederebbe, nelle previsioni più favorevoli, almeno un anno, e in quelle più plausibili, almeno un decennio. Comunque Trump intende vietare all’Iran anche l’utilizzo del nucleare civile per la produzione dio energia elettrica, minacciando di far tornare il paese all’età della pietra.

Dalla spartizione alla posizione di Hamas sul futuro della Palestina

Il Libro Bianco del Mandato britannico del ’39, respinto dagli ebrei, aveva proposto la creazione di un unico Stato federale, comprendente  sia uno Stato ebraico che uno Stato arabo, ma nel febbraio 1947, il governo britannico di Clement Attlee, non essendo più in grado di mantenere l’ordine in Palestina, di fronte all’insurrezione, con un’intensa lotta armata, delle milizie terroristiche ebraiche (The Underground, 1945-47), aveva deciso, anche dietro le continue pressioni degli Stati Uniti,  di rimettere il mandato britannico all’ONU che, alla fine, aveva votato, con la Risoluzione 181dell’Assemblea Generale del 29 novembre 1947, un Piano di partizione in due Stati separati, uno ebraico e uno arabo, che fu però allora rifiutato da tutti i Paesi arabi  per la sua evidente iniquità, a favore di Israele, assegnando agli ebrei, che erano il 33%, il 55% del territorio (oltretutto  la parte più sviluppata, comprendente quasi tutta l’area di produzione degli agrumi, l’80% dei cereali, le aree industriali e l’accesso esclusivo al Mar Rosso e al Mare di Galilea, principale riserva di acqua dolce della Palestina), mentre al 67% di arabi musulmani e cristiani restava solo il 45% del territorio (oltretutto il più desertico e meno produttivo, senza sbocchi sui due Mari interni e con scarso accesso all’acqua potabile). Ma il Piano era stato rifiutato anche dalle milizie terroristiche ebraiche, colle parole di Menachem Begin, erede di Jabotinsky, comandante dell’Irgun e futuro fondatore del Likud di Netanyahu, che aveva dichiarato “la divisione della Palestina è illegale, non sarà mai riconosciuta. La Grande Israele sarà ristabilita per il popolo di Israele, tutta e per sempre”.

Nella primavera del 1948, le milizie terroristiche ebraiche (Haganah, Irgun, Lehi) lanciarono, col Piano Dalet (ovvero D in ebraico), un’ offensiva per il controllo del territorio, portando, con stragi, all’esodo di massa della popolazione araba palestinese, la Nakba, e  il 14 maggio 1948 David Ben-Gurion proclamò l’indipendenza dello Stato di Israele a Tel Aviv, estendendo il proprio controllo dal 55% del Piano dell’ONU al 78% della Palestina, con un aumento del 37%.

L’informazione occidentale ha sempre sostenuto che Hamas voleva la cancellazione dello stato israeliano, ma ciò non corrisponde a verità perché, pur negando la legittimità della Nakba, aveva sempre chiesto il ritorno alla divisione della Palestina sancita dalla Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la creazione di due stati, uno ebraico e uno arabo, che fu però allora rifiutata dai Paesi arabi  per la sua iniquità) accettando così di fatto l’esistenza d’uno stato ebraico in Palestina entro i confini definiti dall’ONU, respinta però da Israele. In un suo documento del 2017, Hamas ha dichiarato di essere disponibile ad accettare la divisione scaturita dalla Guerra dei sei giorni, nel giugno 1967, e che “considera l’istituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano, con Gerusalemme capitale, lungo le linee del 4 giugno 1967, con il ritorno dei profughi alle case dalle quali erano stati cacciati,  come una formula di consenso nazionale”, il che implica, ovviamente, l’esistenza d’un altro stato in Palestina, fuori dai propri confini. Cosa ovviamente respinta da Netanyahu, che rifiuta il Piano dell’ONU per i “due stati” e intende annettere l’intera Palestina e andare anche oltre, in Giordania e in Libano, ma ai partiti religiosi di estrema destra anche questo non basta.

La “soluzione finale” di Netanyahu

L’attuale genocidio che ha ucciso direttamente oltre 70.000 palestinesi (in buona parte bambini, giornalisti, medici e e personale sanitario, e distrutto ospedali, ambulanze), ma ne ha uccisi molti di  più indirettamente, per fame, ferite e malattie non curate, rappresenta la “soluzione finale” di Netanyahu, che intende concludere quel progetto di espulsione di tutti i palestinesi, compresi, come voleva Ben Gurion, anche quelli del vecchio Yishuv che sono i discendenti di religione ebraica della popolazione antica, ostili all’arrivo dei cosiddetti ebrei delle diaspora.  

Netanyahu ha continuamente garantito il finanziamento di Hamas da parte del Qatar, provvedendo direttamente, attraverso il Mossad, al trasferimento dei fondi dall’Aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv a Gaza, allo scopo di demolire l’Autorità Nazionale Palestinese sia perché s’è sempre opposto all’ipotesi dei “due popoli due stati”, promossa dall’ONU, sia perché ciò gli forniva un alibi per rifiutare  gli accordi e continuare il conflitto con i palestinesi, allo scopo ultimo di espellerli dal territorio della Palestina. 

Netanyahu sapeva tutto da almeno un anno

Le informazioni secondo cui le autorità israeliane, inclusi i vertici militari e di intelligence (il capo del Mossad David Barnea, quello dello Shin Bet, Ronen Bar, e l’unità 8200, il reparto d’élite d’intercettazione dell’intelligence militare) e lo stesso Netanyahu, erano a conoscenza del piano d’attacco di Hamas con oltre un anno di anticipo rispetto al 7 ottobre 2023, sono state rivelate principalmente da una dettagliata inchiesta del New York Times, pubblicata il 30 settembre 2023 (“Israel Knew Hamas’s Attack Plan More Than a Year Ago”). L’intelligence israeliana, ha riferito il NYT, era in possesso di un documento di circa 40 pagine, dell’ottobre ‘22, denominato in codice “Jericho Wall” (Mura di Gerico), che descriveva punto per punto “con una precisione scioccante”, tutte le varie fasi in cui si sarebbe svolto il piano di attacco Diluvio Al-Aqsa da parte di Hamas, inclusi attacchi missilistici, droni per disattivare la sicurezza e l’infiltrazione di miliziani via terra, mare e parapendio. Inoltre il 6 luglio, una serie di email criptate, aveva confermato con ulteriori prove, l’effettuazione d’una grande esercitazione di Hamas che seguiva esattamente quel piano. Oltre al NYT, anche altre testate e fonti hanno evidenziato che l’esercito israeliano era a conoscenza delle esercitazioni di Hamas, simili all’attacco vero e proprio, molti mesi prima del 7 ottobre. Sono stati pubblicati numerosi ulteriori rapporti Ulteriori rapporti che confermavano la notizia (come quelli di  Uvda, un programma di giornalismo investigativo televisivo israeliano su Kan, l’emittente pubblica israeliana) Questi rapporti hanno scatenando forti polemiche in Israele riguardo alle responsabilità del governo Netanyahu ma il rapporto quello del giornale Yedioth Ahronoth citato da Haaretz a febbraio 2026, ha inoltre sostenuto che Netanyahu fosse stato informato dei dettagli del piano “Jericho Wall” già nel 2018. Proprio l’UVDA aveva scoperto che Hamas intendeva prendere degli ostaggi allo scopo di poterli scambiare per proteggere i palestinesi della Cisgiordania dagli attacchi dei coloni appoggiati dall’esercito, a cui il governo aveva da tempo garantito l’impunità. La spiegazione fornita dalle autorità israeliane, d’una sottovalutazione dell’avvenimento, non è credibile e contrasta con le decisioni da loro adottate. Tre giorni prima dell’attacco anche il servizio segreto egiziano Mukhabarat aveva avvertito Netanyahu dell’attacco imminente e questi aveva ritirato, proprio il giorno che precedeva l’attacco, due dei tre battaglioni che presidiavano il confine con Gaza, spostandoli in Cisgiordania, ed era stato diramato l’ordine, al comandante del battaglione rimasto, con suo grande stupore, di effettuare la sveglia alle 9 e di consegnare i soldati nelle brande prima di quell’ora. Come ha sostenuto anche Haaretz, s’è trattato d’una “diabolica false flag”, un’operazione usata più volte da Israele per attribuire ad altri la responsabilità dei propri attacchi. Del resto l’azione, rivolta all’uccisione di un notevole numero di bambini e di donne, ma anche di personale sanitario, di conduttori di ambulanze e di giornalisti, chiarisce come l’obiettivo non fosse quello di colpire Hamas, ma di distruggere il popolo palestinese con un genocidio, come ha concluso anche la Corte Penale Internazionale.

Sono state smentite anche dagli americani le false notizie fatte circolare sulla stampa mondiale circa stupri di donne e uccisione di bambini, mentre diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, hanno accusato Israele del fatto che circa il 65% dei 1200 morti dell’attacco erano carbonizzati e ciò avviene solo con l’uso di fosforo bianco (P4), che non era in possesso dei palestinesi ed è invece usato abitualmente, lanciato dagli elicotteri, dagli israeliani, anche in Libano, pur essendo severamente vietato dai trattati internazionali, che lo considerano un crimine di guerra, in quanto causa ustioni terribili, spesso descritte come carbonizzazione, morte per asfissia e danni permanenti, e disperde particelle incendiarie capaci di causare danni a lungo termine sulla popolazione e sull’ambiente. Ciò perché questa sostanza si accende spontaneamente e continua a bruciare a 800 gradi a contatto con l’ossigeno, fino al suo esaurimento, producendo anidride fosforica (P4O10), che, a contatto con l’umidità della pelle o dell’aria, genera acido fosforico, causando gravissime ustioni chimiche e termiche.

La Direttiva Annibale”

Ciò si spiega anche con la “Direttiva Annibale”, un controverso protocollo militare israeliano, istituito nel 1986, volto a impedire che il nemico prenda prigionieri, militari o civili, portandoli via, anche a costo di ucciderli, sulla base del principio “meglio morti che prigionieri”. Secondo testimonianze, inchieste giornalistiche (come quella di Haaretz) e ammissioni di ex funzionari, la direttiva è stata applicata durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, con l’ordine di non permettere ai rapitori di tornare a Gaza con ostaggi, a costo della vita di questi ultimi. In particolare, l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, poi cacciato da Netanyahu, in una intervista al Canale 12, aveva confermato che il 7 ottobre all’esercito israeliano era stato impartito l’ordine di eseguire la “Direttiva Annibale”, ma già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di “eseguire la direttiva in maniera generalizzata”, a costo di “mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri ed i lavoratori stranieri”, che è stata effettuata utilizzando 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili. confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla azione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base della precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.

Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a qualsiasi costo a nessun veicolo di tornare a Gaza. Anche le testimonianze dei giovani del festival musicale “Supernova” hanno confermato che gli elicotteri israeliani hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato, uccidendo sia loro che i palestinesi, gli ostaggi israeliani e i lavoratori stranieri catturati. Altri testimoni hanno dichiarato di aver assistito al fatto che i carri armati israeliani avevano aperto il fuoco contro abitazioni israeliane, uccidendo tutti i loro abitanti. Gallant aveva anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto già stato raggiunto, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo, facendo cadere il governo. Va aggiunto che Netanyahu, in previsione di tale conflitto,  aveva già venduto i diritti di estrazione nel mare della Striscia, di sovranità palestinese ma il cui accesso era ad essi vietato; aveva già preparato i progetti per il Canale Ben Gurion, fra la Striscia e Eilat, in alternativa al Canale di Suez; aveva progettato di trasformare la Striscia in una zona turistica di lusso per stranieri (poi imitato da Trump), e aveva offerto al governo egiziano somme ingentissime, che sono state rifiutate, per trasferire i palestinesi nell’area egiziana del Sinai, o, in alternativa, su un’isola artificiale nel mare. Tutto ciò dimostra chiaramente che Netanyahu era da tempo perfettamente a conoscenza dell’attacco, che non solo ha favorito, ma ha addirittura contribuito ad aggravarne la portata per usarlo come “casus belli” per il genocidio poi perpetrato nei confronti dei civili palestinesi, per giungere alla “soluzione finale” della questione palestinese, per realizzare le direttive di Herzl del 1897.  Anche l’attacco all’Iran, in cui ha coinvolto Trump, che era obbligato ad intervenire a sostegno di Israele dalle leggi statunitensi Qualitative Military Edge (QME) che impongono agli Stati Uniti di assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare qualitativo sui Paesi vicini, ma incontrava certo anche il desiderio di Trump di accaparrarsi il controllo della maggior quantità possibile di petrolio e materie prime del mondo.

Che c’entra la Brigata Ebraica italiana col 25 aprile?

Dunque torniamo alla domanda iniziale, che c’entra la Brigata Ebraica italiana col 25 aprile e con la Resistenza italiana? Il 25 ottobre 2017 è stata conferita, alla Brigata Ebraica, in occasione del 70° anniversario della Liberazione d’Italia, la Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, che è la principale e più alta onorificenza italiana, con decreto del Presidente della Repubblica, in deroga alle norme ordinarie sulle onorificenze, riconoscendole un preteso ruolo di protagonista nella lotta contro gli invasori nazisti e per la liberazione del Paese.

Ma il conto non torna.

In primo luogo la Jewish Brigade ha combattuto complessivamente per soli 28 giorni, dal 6 marzo al 13 aprile 1945, con 30 morti dell’Yishuv, più 27 aggregati provenienti da altri Paesi e 70 feriti, mentre oltre mezzo milione di soldati stranieri, appartenenti alle forze Alleate, ha combattuto contro i nazisti in Italia, per 22 mesi (dal 10 luglio 1943 con lo sbarco in Sicilia al 2 maggio 1945, con la resa di Caserta), per sconfiggere il nazifascismo, con un bilancio di circa 70.000 caduti. Circa 600.000 uomini provenivano dalle nazioni del Commonwealth (Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica, India), e gli altri contingenti più consistenti provenivano da Stati Uniti, Francia, Polonia, assieme ad altri minori. I caduti del Commonwealth in Italia furono quasi 50.000, i caduti americani sono stati circa 90.000. Oltre alle truppe regolari, tra i 15 e i 20 mila stranieri, del tutto estranei alla Brigade, hanno partecipato alla Resistenza italiana. Però l’unica medaglia d’oro alle formazioni di combattenti stranieri è stata attribuita alla Jewish Brigade e questa è una palese ingiustizia.

Va inoltre ricordato che oltre mille ebrei italiani hanno partecipato attivamente alla Resistenza italiana contro il nazifascismo, combattendo non in unità separate su base religiosa, ma all’interno delle diverse formazioni partigiane nazionali (come Brigate Garibaldi, Giustizia e Libertà, GAP, SAP, Bandiera Rossa, Matteotti, ecc.), assieme agli altri italiani e anche ad alcuni stranieri, indipendentemente dalla loro religione, e molti di loro hanno ricoperto cariche importanti nei Comitati di Liberazione Nazionale. Circa un decimo di loro è caduto in combattimento o per deportazione. Il loro contributo è stato cruciale, con nomi importanti come Umberto Terracini, Emilio Sereni, Leo Valiani, Emanuele Artom, Leone Ginzburg, Franco Cesana, Rita Rosani e tanti altri, ma nessuno di loro aveva niente  che fare con la Jewish Brigade dell’esercito inglese, reclutata dalla Palestina su base religiosa.

Va inoltre considerato che i membri della Jewish Brigade avevano un obiettivo finale ben diverso da quello della battaglia antifascista per liberazione dell’Italia, ed anzi ad esso opposto, ovvero quello di fare esperienza militare per poi realizzare l’occupazione bellica della Palestina con la cacciata dei palestinesi, confluendo in gran parte in quelle formazioni terroristiche che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità effettuando gravissimi attacchi agli esponenti politici e militari inglesi e compiendo il  genocidio della Nakba contro i palestinesi.

Dunque la Jewish Brigade faceva parte del contingente britannico, non aveva alcuna significativa presenza di italiani. Il nome Brigata Ebraica non è mai stato usato dai suoi appartenenti in luogo di Jewish Brigade. Perciò, oltre ad essere del tutto incomprensibile ed ingiusta la medaglia d’oro a loro attribuita come partecipi alla Resistenza, va anche considerato il ruolo attualmente svolto da esponenti ebrei italiani che entrano nei cortei antifascisti del 25 aprile per la liberazione dell’Italia ed oltre a non aver nulla a che fare con la Resistenza italiana, non hanno neppure alcuna contiguità o legame comprensibile con la Jewish Brigade, composta da ebrei non italiani, provenienti principalmente dalla Palestina Mandataria e da Paesi del Commonwealth.

Quando è nata la Brigata Ebraica italiana?

Quindi la Jewish Brigade Group (detta comunemente Brigata Ebraica dagli italiani) non ha mai fatto parte della Resistenza partigiana antifascista italiana, e non ha avuto alcun ruolo nella Resistenza italiana ma è stato un reparto regolare dell’esercito britannico, composto da militari dell’Yishuv provenienti dalla Palestina mandataria e non di nazionalità italiana che non ha mai avuto il nome in italiano che le viene attribuito attualmente, di Brigata Ebraica. Questa è invece una onlus, fondata il 25 aprile 2004 da Davide Romano e Eyal Mizrahi, con base a Milano, che non è costituita da discendenti dei soldati Yishuv che combatterono nel 1944-1945 e non ha alcun legame con loro, ma sono un’associazione culturale, con sede a Milano, dedita alla celebrazione del ricordo della vera Jewish Brigade Group  e che non ha mai avuto alcun legame con i veri partigiani ebrei italiani che hanno militato nelle diverse formazioni partigiane italiana che non erano costituite su base confessionale. Dunque la partecipazione degli attuali sostenitori italiani della Jewish Brigade alle celebrazioni del 25 aprile, prima assenti, è iniziata ventidue anni fa, grazie all’Associazione Amici di Israele (ADI), che dopo un oblio di decenni,  hanno cominciato nel 2004 a essere presenti nelle manifestazioni del 25 aprile, con le bandiere di Israele (che non hanno nulla a che vedere con le insegne della Jewish Brigade, dato che tale bandiera è nata il 28 ottobre 1948, mentre la Jewish Brigade, che come si vede nella figura è completamente diversa dalla bandiera di Israele, è stata sciolta nel luglio del ’46, due anni e tre mesi prima)  contestando la presenza delle bandiere palestinesi e spesso insultando e aggredendo i palestinesi. Dimenticata per anni, è stata resuscitata come veicolo per imporre la presenza dei filoisraeliani negli ambienti antifascisti, specie in occasione delle manifestazioni del 25 aprile, dove è spesso motivo di scontro con chi è davvero contrario ad ogni forma di fascismo.

La presenza nei cortei del 25 aprile della bandiera dello stato di Israele, che venne adottata il 28 ottobre 1948, molto dopo lo scioglimento della Jewish Brigade nella primavera del ’46, ed è, come si vede nell’immagine, assai diversa da quella della Jewish Brigade, e viene portata da gruppi di sionisti guerrafondai, non ha nulla a che fare con la Resistenza partigiana e con la stessa Jewish Brigade. Appare del tutto evidente che si tratta di una mossa di propaganda politica per accreditare Israele e il movimento sionista come parte della Resistenza antifascista, con l’intento dichiarato di escludere invece la partecipazione dei manifestanti filo-palestinesi che legano la lotta di liberazione partigiana alla lotta di resistenza palestinese, definendo come antisemiti e quindi assimilabili ai criminali fascisti, tutti coloro che si oppongono al genocidio e sostengono la resistenza palestinese. Trovano un motivo di scontro contro chi è davvero contrario ad ogni forma di fascismo. Quasi tutti i partiti italiani rappresentati in Parlamento hanno accreditato la Jewish Brigade tra le formazioni che hanno combattuto nella Resistenza antifascista, ma si tratta d’un revisionismo storico che falsifica la realtà e serve per manipolare, sulla base delle alleanze internazionali, sia pure sempre più contraddittorie, l’attualità politica italiana e internazionale.

Il 7 ottobre 2023 il Ministero degli Esteri israeliano ha intensificato la comunicazione digitale, inclusi annunci su social media (X, YouTube) per influenzare l’opinione pubblica, utilizzando pubblicità su YouTube e social media, spesso create con l’intelligenza artificiale, per diffondere false narrazioni, ad esempio sulla distribuzione di aiuti a Gaza. Ha anche finanziato viaggi di influencer americani per diffondere la propria falsa versione della situazione nella Striscia di Gaza. Viene criticato per la diffusione di notizie dimostratesi false e per impedire l’accesso ai media internazionali nelle zone di conflitto. 

Occorre fare chiarezza sui termini usati

Esiste una diffusa confusione, spesso creata ad arte intenzionalmente, fra i termini comunemente usati a proposito di ebraismo.

Il termine antisemita venne creato nel 1860 dall’intellettual ebreo Moritz Steinschneider per criticare le nuove forme di pregiudizio che stavano emergendo in Europa, particolarmente da Ernest Renan che contrapponeva le lingue e le civiltà “ariane” a quelle “semitiche”, ma riguardava non solo gli ebrei, ma tutti semiti, ovvero gli arabi e gli etiopi e per quanto riguardava l’ostilità religiosa verso gli ebrei parlava di “antigiudaismo”.  A diffondere il termine “antisemitismo” nell’accezione ancora usata attualmente, che ne fa un sinonimo errato di antiebraismo (Judenhass), fu nel 1879 Wilhelm Marr fondò la Lega Antisemita (Antisemiten-Liga), la prima organizzazione tedesca impegnata a combattere la presunta minaccia degli ebrei alla Germania, sostenendo la loro rimozione forzata dal Paese. Lo stesso Marr ammise di essersi sbagliato, dato che la stragrande maggioranza dei semiti è costituita non dagli ebrei, ma da arabi ed etiopi (oltre mezzo miliardo di persone), ma il termine s’era già affermato con grande successo ed è usato tuttora, ma dovrebbe essere correttamente sostituito da antigiudaismo o antiebraismo.

L’antisionismo, come abbiamo già visto, è invece l’opposizione politica al sionismo, movimento nato a fine Ottocento per la creazione e il sostegno di uno Stato ebraico in Palestina e riguarda la contestazione di Israele come stato esclusivamente degli ebrei e delle sue politiche di espansione coloniale e di genocidio verso i palestinesi. Infatti la Legge Fondamentale israeliana del 2018 sullo Stato-Nazione “Israele Stato nazione del popolo ebraico” definisce Israele come la “casa nazionale del popolo ebraico”, che sancisce il diritto all’autodeterminazione solo per gli ebrei, la lingua ebraica come lingua ufficiale, declassando l’arabo che prima era anch’esso lingua ufficiale, e dichiarando Gerusalemme capitale, promuovendo l’insediamento ebraico in tutta la Palestina, compresi i territori occupati, come valore nazionale, a danno delle altre etnie, cosa considerata un crimine contro l’umanità dall’Onu, ponendo in dubbio i diritti delle minoranze e il carattere democratico del paese. Crea una gerarchia che pone musulmani, cristiani e drusi come cittadini di seconda categoria, operando Inizio modulo

una separazione tra i diritti civili individuali (che restano teoricamente garantiti) e diritti nazionali/collettivi, riservati al solo popolo ebraico e rifiutato per gli altri cittadini non ebrei del Paese. Già in passato il Ministero dell’Hasbara, cioè della propaganda, aveva dato istruzione di equiparare antisemitismo e antisionismo, ma è stato soprattutto Netanyahu che l’ha fatto pubblicamente, come nel 2018, in una conferenza a Vienna, definendo l’antisionismo come il “nuovo antisemitismo”, contro chi critica la legge sullo Stato Nazione, ma anche per soffocare le critiche alle politiche del governo, sia all’interno di Israele che da parte internazionali sulle azioni militari di Israele a Gaza e in Cisgiordania. È comunque importante distinguere sempre fra ebrei e sionisti, perché esiste una componente ebraica antisionista, sia pur minoritaria, che sostiene la lotta del popolo palestinese, con le numerose associazioni ebraiche filopalestinesi, come B’Tselem, Breaking the Silence, Rabbis for Human Rights, ecc., e  con strutture politiche, come Gush Shalom, un movimento pacifista fondato da Uri Avnery, a favore della nascita di uno stato palestinese indipendente e al ritiro di Israele da tutti i territori arabi occupati dopo il 1967, col ritorno ai confini precedenti, nello spirito della risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma è anche religiosa, che va dai rabbini ultraortodossi haredi di Neturei Karta (che in aramaico significa “Guardiani della città”), ai vari gruppi chassidici Satmar che,  con lo slogan “L’ebraismo rifiuta lo Stato di Israele”, considerano la sua nascita come un grave peccato, sostenendo che un dominio ebraico sulla Terra Santa non possa essere stabilito prima dell’arrivo del Messia. 

La controversa definizione dell’ IHRA

Il sionismo ha cercato, fin dall’inizio, di usare l’antisemitismo per raggiungere i propri fini. L’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) ha formulato una definizione di antisemitismo che scaturisce dalle norme israeliane, promosse dall’Hasbara (spiegazione, che era il ministero della Propaganda, poi confluito nel Ministero degli Esteri), volte ad influenzare la percezione globale, diffondendo un’immagine positiva di Israele e giustificando le sue azioni, genocidio compreso, all’estero, insistendo sulla minaccia alla propria esistenza e sul diritto all’autodifesa, specialmente nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Intende equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, e perciò ha introdotto l’obbligo di accusare di antisemitismo qualsiasi critica formulata nei confronti di Israele e del suo sionismo.  Interessante a tale proposito è il caso del professor David Miller, che è stato licenziato dall’Università di Bristol nel 2021 per aver fatto commenti critici nei confronti di Israele e del sionismo, che erano stati definiti antisemiti da alcuni gruppi studenteschi ebraici. Nel febbraio 2024, un tribunale britannico ha stabilito la distinzione legale tra antisionismo e antisemitismo, sostenendo che le opinioni antisioniste possono essere considerate una critica politica ed una convinzione filosofica, degna di rispetto in una società democratica, e quindi protetta dalla legge anti-discriminazione del Regno Unito (Equality Act 2010) e che, pertanto, criticare lo sionismo o le azioni di Israele non equivale e non deve essere confuso con l’antisemitismo, che è l’odio o l’ostilità verso gli ebrei. Per questo il tribunale ha ritenuto che il licenziamento di Miller sia stato illegittimo e che egli avesse subito discriminazioni a causa delle sue opinioni antisioniste. L’Unione degli Studenti Ebrei ha espresso preoccupazione, sostenendo, del tutto immotivatamente, che la sentenza potrebbe rendere gli studenti ebrei meno sicuri nel campus. 

Israele promuove l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che vi include la critica al diritto esclusivo all’autodeterminazione degli ebrei contenuta nella legge sullo Stato Nazione. Il 4 marzo 2026, il Senato italiano ha approvato un disegno di legge (ddl n. 1004 e connessi), finalizzato al contrasto dell’antisemitismo, che adotta ufficialmente nell’ordinamento italiano la definizione di antisemitismo dell’ IHRA del 2016, inclusi i relativi indicatori, segnalando come potenziali manifestazioni di antisemitismo l’affermazione che l’esistenza dello Stato di Israele sia un progetto razzista, l’applicazione a Israele di standard doppi rispetto ad altri Paesi, e il paragone delle politiche israeliane a quelle del nazismo, come fatto da Albert Einstein e Hanna Arendt. Numerosi esperti di antiebraismo ed Olocausto, insieme a specialisti in materia di libertà di espressione e di contrasto al razzismo, hanno contestato la definizione dell’Ihra, perché limita le critiche legittime allo stato di Israele. Infatti in diversi stati, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, questa definizione viene usata per qualificare come antisemite posizioni politiche critiche verso Israele, ostacolando così proteste pacifiche e l’attività delle stesse organizzazioni per i diritti umani e, in generale, il dibattito pubblico sulle politiche israeliane. Negli Stati Uniti tale definizione è stata invocata in procedimenti giudiziari contro istituti accademici per rafforzare accuse di antisemitismo rivolte a studenti filopalestinesi. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti numerose università hanno cancellato iniziative contro l’apartheid israeliano nei confronti della popolazione palestinese e dibattiti sul boicottaggio di Israele per il timore di violare la definizione dell’Ihra. 

In Germania  la definizion dell’Ihra è stata utilizzata nelle risoluzioni parlamentari sull’antisemitismo per negare finanziamenti pubblici a organizzazioni e progetti considerati incompatibili con tale definizione e per chiedere al governo di prevenire attività del movimento Boicottaggio,disinvestimento,sanzioni (Bds) e di iniziative affini.

Anche in Italia la definizione dell’Ihra costituisce la base della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e il suo uso per classificare gli episodi di antisemitismo raccolti dal Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) ha inquadrato come antisemitismo ampie forme di mobilitazione della società civile contro il genocidio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, includendovi le proteste contro le azioni del governo israeliano e il paragone tra esperienze storiche di vittimizzazione, come quella degli ebrei durante la Shoah e quella dei palestinesi durante il genocidio in corso, ed ha  fatto classificare come antisemite, ad esempio, le attivitàdei gruppi Bds che invocano il boicottaggio di beni israeliani, nonostante tali campagne non si fondino sull’odio razziale ma contestano l’occupazione militare, l’apartheid e gli insediamenti illegali israeliani nella Cisgiordania occupata.

La definizione dell’Ihra, adottata in Italia

La definizione dell’Ihra adottata in Italia non consente di distinguere tra atti di discriminazione nei confronti delle persone di religione ebraica dacomportamenti legittimi intenzionalmente falsamente classificati come antisemiti, producendo una rappresentazione distorta del fenomeno, ostacola l’adozione di misure realmente efficaci per contrastare il vero antisemitismo. I disegni di legge presentano inoltre seri problemi di costituzionalità, in quanto prevedono una tutela speciale per una sola comunitàreligiosa, senza offrire le stesse garanzie ad altre minoranze che subiscono gravi forme di discriminazione, come le persone rom, quelle migranti e quelle di fede musulmana. Inoltre il provvedimento istituisce la figura del “Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo”, presso la Presidenza del Consiglio e prevede attività didattiche nelle scuole presumibilmente distorte, nello spirito del decreto. Il ddl attende ora l’approvazione finale alla Camera dei Deputati per diventare legge a tutti gli effetti. Migliaia di persone appartenenti al mondo accademico e scientifico hanno messo in guardia dal pericolo che tale definizione rappresenta per la libertà accademica e di insegnamento. I disegni di legge in esame rischiano di mettere a tacere, anche attraverso il diritto penale, voci critiche e saperi fondamentali in numerosi ambiti di studio e negli spazi universitari. Analoghi rischi di censura e criminalizzazione riguardano organizzazioni della società civile e persone attiviste impegnate nella difesa dei diritti umani. Il testo ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani ed alcuni esponenti politici temono che l’uso di tale definizione possa limitare la libertà di espressione e di manifestazione pro-Palestina, assimilando certe critiche allo Stato di Israele, e quindi le forme di sostegno alla causa palestinese, ad atti antisemiti, rendendo così difficile criticare le politiche di Israele senza incorrere in accuse di antisemitismo. Migliaia di persone appartenenti al mondo accademico e scientifico hanno messo in guardia dal pericolo che tale definizione rappresenta per la libertà accademica e di insegnamento, mettendo a tacere, anche attraverso il diritto penale, voci critiche e saperi fondamentali in numerosi ambiti di studio e negli spazi universitari. Analoghi rischi di censura e criminalizzazione riguardano organizzazioni della società civile e persone attiviste impegnate nella difesa dei diritti umani. Amnesty International Italia  contesta l’adozione della definizione dell’Ihra in ambito legislativo, ritenendo che vietare alcuni comportamenti indicati nei cosiddetti “esempi contemporanei di antisemitismo”  finisca per criminalizzare come antisemite critiche legittime alle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario ,commesse dal governo israeliano, e  limitino la libertà di espressione tutelata dal diritto internazionale e dall’articolo 21 della Costituzione italiana, che garantisce il diritto di esprimere le proprie opinioni anche quando sono scomode o impopolari. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato che “l’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’Ihra nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico, la libertàaccademica e l’azione della societàcivile, dando priorità alle relazioni politiche con lo stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacitàdi chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi”.  Molti critici sostengono che ciò possa limitare la legittima critica politica allo Stato di Israele e alle sue politiche repressive, mascherando di fatto il dissenso sotto l’accusa di antisemitismo, limitando il diritto di criticare le azioni del governo israeliano. 

La Sinistra per Israele

Nel PD esiste la corrente di “Sinistra per Israele”, che comprende numerosi dirigenti e parlamentari, in particolare europei, con a capo i suoi fondatori Emanuele Fiano e  Piero Fassino, che si caratterizzano per le accuse antisemitismo rivolte al PD, aderendo alle posizioni della Fondazione CDEC, Fondazione Centro di Documentazione Ebraica, secondo la quale le posizioni antisioniste e terzomondiste del PD possono talvolta degenerare in discorsi antisemiti, specialmente in momenti di alta tensione nel conflitto, e afferma l’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo, il sostegno allo stato di Israele, le le politiche del governo Netanyahu chiudendo gli occhi contro le violazioni dei diritti umani, il rifiuto di imporre sanzioni a Israele, la negazione del genocidio, che è stato contestato dalla Corte di Giustizia Internazionale.. Nel marzo 2025. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e ivi capogruppo del Partito Democratico, è fautrice di ReArmEurope che ha votato con una parte dei parlamentari europei del PD ed è esponente del Transatlantic Friends of Israel (Tfi), un gruppo interparlamentare legato al Transatlantic Institute,  un comitato di parlamentari europei e di membri del Congresso americano di estrema destra, che sostiene Israele come pilastro della sicurezza transatlantica. È stata al centro di polemiche per aver incontrato a Bruxelles esponenti dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank di ex militari israeliani legati alle posizioni dell’estrema destra dei coloni, che, come Netanyahu  rifiuta i “due stati” e vede nelle colonie illegali “le fondamenta della sicurezza di Israele”. Secondo un articolo del Manifesto, alcuni dei deputati israeliani che hanno incontrato la Picierno hanno espresso posizioni assimilabili alle forze più guerrafondaie di Israele: contro l’ONU, per il blocco dell’azione delle Ong e degli aiuti umanitari, lo scioglimento dell’Unrwa, e contro i finanziamenti dell’Ue per i progetti dell’Autorità nazionale palestinese. Il leader dell’Idsf, Amir Avivi, fotografato in un post su X del 24 novembre con la Picierno, ha affermato che “Pina ha più volte sottolineato come Israele sia in prima linea nella lotta delle democrazie contro il male”. L’M5s ha criticato la sua vicinanza a posizioni ritenute di estrema destra in un contesto di forte tensione a Gaza. 

Secondo molti analisti geopolitici tali rapporti evidenzierebbero una subalternità culturale di alcuni settori del PD verso la destra israeliana, in particolare quella legata al governo Netanyahu.

Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, s’è ampiamente legittimato nel ruolo di “patriota” facendo votare la nomina ad Amministratore Delegato del Piccolo Teatro di Milano, di cui è comproprietario il Comune di Milano, pur nutrendo dubbi sulla sua competenza, di Geronimo La Russa, figlio di Ignazio La Russa (soprannominato “Belzebù”, Presidente del Senato e seconda carica dello Stato), che aveva organizzato il “giovedì nero” di Milano, il 12 aprile 1973, e guidava in piazza il corteo non autorizzato di Avanguardia Nazionale, da cui era stata lanciata la bomba a mano che uccise l’agente Antonio Marino, di 22 anni. Inoltre Sala aveva fatto patrocinare dal Comune di Milano la mostra fotografica “Eyes of Mariupol, uno sguardo negli occhi dei difensori”, del settembre 2023, presso il Piccolo Teatro, in onore del Battaglione neonazista Azov. Ora Beppe Sala ha deciso di continuare tale percorso, proseguendo nel gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, nonostante la contrarietà e la richiesta di revoca promossa da numerosi consiglieri della sua maggioranza. Il PD ha rinnovato la richiesta di sospensione dell’accordo, e perciò Emanuele Fiano, ex deputato del PD della corrente di Franceschini, membro della segreteria nazionale come responsabile per la politica estera, segretario nazionale dell’associazione Sinistra per Israele ed esponente delle comunità ebraiche, ha minacciato le sue dimissioni dal partito, criticando duramente le posizioni che ritiene antisioniste, del PD e di altre componenti della sinistra,  e sostiene fermamente il “diritto alla difesa” dello Stato di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che dispone di armi nucleari (da 300  400) e che ha scatenato la guerra contro tutti i Paesi vicini, trascinando anche gli Stati Uniti nel conflitto attuale con l’Iran (che non dispone di armi atomiche ed il cui capo supremo Khamenei, assassinato da Israele, aveva emesso una “fatua” contro la loro adozione). Nonostante la richiesta di sospensione del gemellaggio con Tel Aviv, a causa del genocidio nei confronti dei palestinesi e della guerra all’Iran, avanzata dalla sua maggioranza in Consiglio, Sala ha deciso di proseguire con tale iniziativa, rendendosi così complice, sia pure simbolicamente, di tali crimini di guerra contro l’umanità.

Le tensioni di piazza il 25 aprile 2026

Oggi, in presenza del genocidio israeliano del popolo palestinese, l’esibizione della bandiera dello stato di Israele da parte della sedicente Brigata Ebraica in un corteo del 25 aprile in onore della Resistenza, assume i contorni di una gravissima provocazione e dunque non è affatto comprensibile la difesa che ne viene fatta da parte non solo dalle destre, ma anche dei “riformisti” dei partiti della cosiddetta sinistra storica.

Piero Fassino o Emanuele Fiano, fondatori di “Sinistra per Israele“, hanno subito contestazioni e interruzioni durante eventi pubblici o dibattiti universitari (come nel caso di Ca’ Foscari) da filopalestinesi che considerano la loro posizione di sostegno ad Israele incompatibile con l’attuale genocidio. Il 25 aprile di quest’anno la sedicente Brigata Ebraica è stata contestata in tutta Italia per la sua partecipazione nei cortei antifascisti a causa del genocidio israeliano, riconosciuto dalla Corte penale internazionale, ma da essa negato.  

A Roma Rossana Gabrieli è stata ferita, insieme al marito, perché aveva al collo un fazzoletto dell’Anpi, da colpi sparati da una pistola ad aria compressa, che provoca danni cutanei e sottocutanei, dal ventunenne Eitan Bondì della comunità ebraica romana ed ha commentato che “è triste per un giovane imbevuto d’odio”.  Più che le lievi ferite, è infatti ancor più grave l’attacco contro una manifestazione antifascista come il corteo del 25 aprile, mostra l’odio viscerale suscitato dal comportamento genocida dei sostenitori di Netanyahu, che, con il suo Likud, è l’erede del fascista Yabotinsky e del partito di estrema destra Herut, fondato da Menachem Begin.

A Milano la sedicente Brigata Ebraica, che sventolava oltre a bandiere di Israele, stato terrorista e genocida, sventolava bandiere dei fascisti ucraini e dei monarchici dello scià iraniano, ma anche della Nato  (che ha  organizzato le stragi della strategia della tensione in Italia) e degli Stati Uniti, ma c’erano anche grandi manifesti con la foto di Netanyahu, contro cui è stato spiccato il mandato di cattura della Corte penale internazionale (ma di cui la Meloni ha detto che se viene in Italia sarebbe ospite gradito), e di Trump complice di Israele, aggressore del Venezuela e  affamatore di Cuba da 67 anni (di ui vuole realizzare la “soluzione finale” affamandola), che con l’attacco all’Iran e il blocco di Hormuz, sta portando l’intero il pianeta verso una gravissima crisi economica. Tutte cose incompatibili ed opposte alla lotta antifascista del 25 aprile.

Anche il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, voluto dal sindaco di Milano Beppe Sala, ha sicuramente contribuito a creare un clima avvelenato. La polizia, per evitare disordini, li ha accompagnati fuori dal corteo, suscitando vibrate proteste di Emanuele Fiano, esponente del PD e capo di “Sinistra per Israele”, che ha lamentato anche la presenza di bandiere palestinesi, affermando “siamo stati cacciati dal corteo, perché abbiamo nei nostri striscioni la stella di David, perché difendiamo il diritto dello stato d’Israele di esistere, perché difendiamo i diritti della Brigata ebraica a sfilare? Non lo so, chiedetelo a loro”. Anche Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, ha commentato “Siamo stati cacciati dalla Polizia, è un fatto grave e ne parleremo”. Luciano Belli Paci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre e di Alfredo Belli Paci, fervente sostenitore di Almirante (autore delle leggi razziali) e candidato del Msi  alle elezioni politiche del 3 e 4 giugno 1979, che figurava nel cappello di lista dei candidati della Circoscrizione Milano-Pavia, ha dichiarato in una lunga nota affidata dalla stampa italiana, dove fornisce la sua ricostruzione di quanto avvenuto a Milano, accusando l’Anpi e la sinistra di non aver mosso un dito davanti alle aggressioni subite dalla Brigata Ebraica, affermando che è stata “una brutta pagina, sono stati violati i nostri diritti democratici di partecipare al corteo, ma è stata soprattutto una sconfitta per il 25 Aprile: evidentemente c’è qualcuno che pensa di essere proprietario di questa ricorrenza, e che chi non è d’accordo resta fuori. Il Pd (da cui è uscito di recente, aderendo a Forza Italia)non ha responsabilità dirette, ma non ha capito che a forza di demonizzare Israele si arriva a questo punto”, perché “con la diffusione di uno odio che si è propagato da Netanyahu a tutti gli israeliani, e da tutti gli israeliani a tutti gli ebrei, si arriva a quello che si è visto oggi. … “mia mamma era preoccupata per la mia incolumità” e ha contestato la ricostruzione dell’episodio fatta dall’Anpi, parlando di attacchi agli ebrei e giudicando “inaccettabile dare la colpa di quanto è successo a chi l’ha subito, la tessera Anpi non la rinnovo”.

La risposta dell’ANPI

L’Anpi ha risposto con un comunicato, che il fermo operato dalle forze dell’ordine evidenzia come retoriche vittimistiche e deformazioni a mezzo stampa crollino davanti ai fatti. L’episodio non è isolato e si colloca all’interno di una lunga serie di raid nelle scuole e intimidazioni di varia natura ad opera di sedicenti gruppi sionisti contro l’Anpi e contro professori, studenti, spazi sociali e lavoratori. La violenza usata per colpire la coppia di compagni e con loro l’Anpi e tutta intera la grande comunità antifascista di Roma conferma come la memoria storica della Resistenza e la mobilitazione popolare che tutt’oggi sa suscitare rappresenti il nemico di coloro che non solo sostengono guerre di aggressione coloniali e genocidi come quelli che da anni sono perpetrati dal governo Netanyahu (su cui pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra) contro il popolo palestinese, che lotta e resiste per la sua autodeterminazione e libertà, ma che non esitano ad usare direttamente la violenza contro chi, fedele agli ideali della lotta partigiana, sostiene la causa di tutti i popoli oppressi (dal Venezuela e Cuba sottoposte alla morsa economica e militare degli Usa fino al popolo kurdo) e lotta al loro fianco”.

Il Ministro degli Interni Piantedosi durante una visita al Memoriale della Shoah ha messo sullo stesso piano la sparatoria di Roma e la contestazione di Milano alla Brigata Ebraica, che ha dovuto abbandonare il corteo, perché sollevare il problema della presenza delle bandiere di Israele è stato “un diversivo”.  Anche Annamaria Furlan, ex segretaria generale della Cisl ed ora senatrice di Italia viva ha detto chesiamo “dispiaciuti per la protesta, gli ebrei hanno diritto di esserci”. Si tratta di giudizi inaccettabili e la memoria storica va costantemente riletta alla luce degli eventi attuali. Lorenza Ghidini, direttrice di Radio Popolare, ha detto che “quanto accaduto a Roma e a Milano non solo non è sullo stesso piano, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile, e che lo sostenga il Ministro degli Interni mette i brividi. Come si può dire che sparare addosso ai manifestanti è uguale a insultarli a parole. Così come Piantedosi finge di non capire che le bandiere di Israele nel corteo del 25 aprile sono un problema per molti, non solo per quelli che lui definisce “estremisti”. Non è un diversivo, non è una questione di antisemitismo, al corteo della Liberazione non ci stanno le bandiere di chi ha scatenato guerre e massacri”.

Va ancora una volta ricordato che nel corteo di Milano era presente anche una delegazione, accolta benissimo e molto applaudita dai manifestanti, degli ebrei antisionisti, che sono in forte crescita nel mondo, con lo striscione ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo”, dunque la protesta non era rivolta contro la presenza degli ebrei ma contro la presenza della sedicente Brigata Ebraica che come tale non è mai esistita, ma rievoca quella Jewish Brigade che, oltre a non aver nulla a che vedere con la Resistenza italiana, era finalizzata ad addestrare le organizzazioni terroristiche ebraiche, che operavano sulla base del pensiero genocida fascista Ze’ev Jabotinsky e che poi hanno effettuato la pulizia etnica dei palestinesi con la Nakba, e che dunque hanno operato sulla base di obiettivi e valori del tutto opposti alla resistenza italiana. Per di più la presenza di bandiere israeliane non ha nulla a che vedere neppure con la Jewish Brigade, che s’è sciolta nell’estate del ’46, prima della creazione della bandiera israeliana, il 28 ottobre ‘48, e rappresentano un Paese genocida, anche a giudizio della Corte Internazionale di Giustizia.

Gli ebrei italiani hanno combattuto in formazioni partigiane politiche, come italiani, prescindendo dal loro credo religioso, e non hanno nulla a che vedere con una formazione basata sull’identità religiosa.

Anna Foa, ebrea scrittrice e storica dell’ebraismo, ha detto “le bandiere israeliane non avevano il diritto di stare in quel contesto, come quelle americane” e il presidente del Memoriale della Shoah, Roberto Jarach, si è detto “contrario a portare le bandiere israeliane il 25 aprile”.

Moni Ovadia ha condannato la presenza della Brigata Ebraica perché del tutto contraddittoria con il significato antifascista del 25 aprile e ha detto che la rappresentanza palestinese, con le sue bandiere , avrebbe dovuto aprire il corteo, perché la sua lotta antifascista è del tutto coerente con lo spirito del 25 aprile.

Il liberticida Decreto Gasparri

Il Disegno di legge disegno di legge 1627, presentato al Senato da Maurizio Gasparri dal titolo “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”, richiamando la definizione liberticida dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), di cui abbiamo già prima parlato, opera un grave attacco al diritto di critica, condannando e criminalizzando come antisemitismo tutte le forme di legittima critica alle politiche genocide dello Stato di Israele, che sono state portate avanti dalle manifestazioni pacifiche e ampiamente partecipate che hanno animato le scuole e le piazze dell’intero Paese e di tutto il mondo. Il testo intende superare le norme già esistenti nella nostra legislazione, introducendo un impianto repressivo e sanzionatorio, che mira ad impedire qualsiasi critica alle politiche di Israele e Netanyahu all’interno delle scuole e università italiane, imponendo la segnalazione (ovvero la delazione), “per odio razziale e antisemitismo”, come già avviene negli Stati Uniti, dei nomi di chi critica Israele o Netanyahu i, al fine di perseguirli anche penalmente, con inchieste giudiziarie, conseguenze penali e il licenziamento per chi critica Israele, equiparando il dissenso politico a reati d’odio. Occorre ribadire che la critica politica non dovrebbe mai essere confusa con l’antisemitismo. Introduce corsi annuali obbligatori per studenti e docenti per educare al sionismo. Si tratta d’un provvedimento maccartista che viola chiaramente i valori della Costituzione, della memoria e della pace.

Gianna Fracassi, Segretaria generale della FLC CGIL, ha dichiarato, a nome della sua organizzazione, che “rifiuta la logica di criminalizzazione delle critiche alle politiche dello Stato di Israele oltre che quella della sorveglianza ideologica e della limitazione della libertà dell’insegnamento. La scuola e l’università pubbliche sono e devono restare luoghi di pensiero critico, pluralismo e confronto democratico, dove il rispetto delle differenze si costruisce attraverso la conoscenza. Unicobas scuola di Livorno ha denunciato la gravità del disegno di legge Gasparri che, “facendo propria la definizione operativa elaborata dall’IHRA sovrappone in modo assolutamente improprio e scientificamente falso antisionismo e antisemitismo, aggiungendo pesanti implicazioni penali, per reprimere qualsiasi libera espressione di critica rispetto alle politiche genocide portate avanti dallo Stato di Israele. Le dilaganti proteste diffuse in tutta la società a livello internazionale hanno visto in Italia un ruolo determinante della scuola: dalle mobilitazioni degli studenti medi e universitari, ai dibattiti e ai documenti che molte scuole hanno promosso, alla partecipazione massiccia dei lavoratori della scuola agli scioperi contro il genocidio e a sostegno della Flotilla, alle prese di posizione di diversi atenei. È inaccettabile che questo ruolo attivo della scuola in espressioni di civiltà e sensibilità sia attaccato da un disegno di legge repressivo mirato a colpire segnatamente il settore dell’istruzione. Il provvedimento legislativo infatti (pensato come una rieducazione al sionismo) prevede obblighi formativi per docenti e studenti, obbligo per le scuole di istituire corsi, decalogo per segnalare nelle scuole e nelle università espressioni e comportamenti non in linea, dure sanzioni per chi non si attiene alle linee individuate. È indispensabile cogliere la gravità di quello che sta succedendo. La libertà di espressione viene colpita non astrattamente, ma con disposizioni operative, corredate di provvedimenti penali, finalizzate a trasformare la scuola e l’università in luogo di controllo con responsabilità diretta di segnalazione, identificazione e sanzione. Avevamo già denunciato e contrastato la nota con cui a settembre l’ufficio scolastico regionale del Lazio pretendeva di vietare che i collegi dei docenti parlassero della gravissima situazione di Gaza e del genocidio in corso. Abbiamo ritenuto vergognose le esternazioni della ministra della famiglia Roccella che ha definito sprezzantemente gite i viaggi delle scolaresche ad Auschwitz, ritenendoli diseducativi perché favorirebbero una cultura antifascista. Il DdL 1627 va ancora oltre. Non accettiamo lezioni di presunto antirazzismo dagli eredi di Almirante, redattore della rivista “la difesa della razza”. Respingiamo con forza il DdL Gasparri che si inserisce in modo gravissimo in questa escalation fascista. Difendiamo la libertà di espressione individuale e collettiva. Difendiamo la libertà di insegnamento e di apprendimento. Difendiamo la scuola come sede di discussione, elaborazione e confronto, contro il DDL Gasparri e la rieducazione al sionismo”.

… e per concludere

Gli ebrei della Shoa sono stati le vittime innocenti del peggior genocidio della storia, organizzato in modo quasi industriale, ma oggi gli israeliani di estrema destra, di Netanyahu, che sono gli eredi politici del progetto di pulizia etnica di Herzl, Jabotinsky e Dayan, sono diventati i carnefici implacabili e genocidi dei palestinesi, che non hanno alcuna colpa di quel genocidio europeo nazista contro gli ebrei di allora. Occorre che la consapevolezza delle proprie colpe di allora non convinca ancora oggi l’Occidente a chiudere gli occhi sui crimini attuali di Israele, non faccia lo sconto ai loro colpevoli. Si può dunque legittimamente paragonare, come facevano anche Einstein e la Arendt, gli attuali governanti ebrei genocidi ai nazisti, mentre gli attuali palestinesi sono le vittime come gli ebrei della Shoa di allora. Per questo non è tollerabile la sceneggiata falsa della sedicente Brigata Ebraica, usata per coprire, od anche giustificare l’attuale genocidio e viene difesa dalla maggior parte dei partiti rappresentati nel Parlamento italiano. Troppa gente non è ancora consapevole della tragica realtà di questa storia ed è un lavoro importante quello di spiegarla e divulgarla, per far emergere la verità e per combattere e far cessare l’attuale genocidio dei palestinesi, il primo in presa diretta televisiva, quasi fosse uno sceneggiato ed invece è una tragica realtà quotidiana, di cui Netanyahu va fiero. I tedeschi di allora hanno detto “non sapevamo”, oggi per noi ciò non è più possibile farlo e perciò dobbiamo tutti impegnarci per far cessare questa tragica vicenda di sterminio d’un popolo, che vuol essere la “soluzione finale” d’un progetto più che secolare, giustificato oscenamente come il risultato d’una volontà divina. Per poterci considerare ancora umani dobbiamo mobilitarsi per dire basta e per restituire una patria e una speranza ad un popolo martoriato come i palestinesi.

Sostienici col 5 X 1000