Il ciclone Harry, con la sua scia di devastazione, rende evidenti tutte le contraddizioni che attraversano la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Definirlo un “evento eccezionale” significa ignorare anni di scelte che hanno determinato, pezzo dopo pezzo, la fragilità del territorio.
La Sicilia, in particolare, diviene paradigma della crisi globale. La frana di Niscemi è oggi il simbolo più evidente di questa vulnerabilità: un dissesto che si innesta in un territorio già segnato dalla presenza del MUOS, un’infrastruttura militare del tutto incompatibile con la fragilità geologica e idrogeologica della Sughereta.
Quella frattura nella terra è anche la rappresentazione di una frattura politica: quella tra territorio civile e territorio militarizzato. Non un’anomalia, ma un paradigma. Dove sorgono infrastrutture militari, il territorio smette di essere spazio di vita e diventa spazio di funzione. Le comunità vengono ridotte a variabili di disturbo, la pianificazione si piega alle esigenze strategiche, la fragilità ambientale viene ignorata finché non esplode. La frana di Niscemi non è un incidente, ma il risultato di decenni di interventi che hanno alterato drenaggi, assetti del suolo ed equilibri idrogeologici, senza trasparenza né controllo democratico. Un territorio ferito che diventa, paradossalmente, base operativa per la distruzione di altri territori, lontani eppure vicinissimi, accomunati dallo stesso destino.
In Sicilia, però, la militarizzazione non agisce da sola. Si intreccia con un’altra forma di violenza territoriale: la gentrificazione. Non quella delle metropoli globali, ma una gentrificazione ambientale e infrastrutturale che ridefinisce chi può abitare un territorio e chi deve esserne espulso.
Questo processo è evidente lungo le coste, le stesse su cui il ciclone si è abbattuto con tutta la sua forza. Lì la massiccia cementificazione dei litorali e dei torrenti, insieme alla retorica delle “priorità strategiche” come il Ponte sullo Stretto, hanno trasformato il territorio in un bene da sfruttare, non da vivere: uno spazio funzionale ad altri interessi (turistici, infrastrutturali). La gentrificazione non è dunque solo urbana: è ambientale, strategica, coloniale.
In base alle notizie di queste ore, l’ARS ha approvato un o.d.g. per ridestinare parte dei finanziamenti del Ponte a favore del risanamento dei territori colpiti. Una misura necessaria (auspicando che non rimanga mera propaganda) che tuttavia non risolve la questione in modo strutturale. Le grandi opere, quelle fatte “sul territorio” e non “per il territorio”, quelle che consumano suolo, alterano il paesaggio, amplificano il dissesto idrogeologico, peggiorano la qualità della vita delle comunità locali e drenano risorse (le stesse che dovrebbero essere destinate alla prevenzione dei disastri ambientali), semplicemente, non devono essere fatte.
Il Mediterraneo è oggi una delle aree più vulnerabili al cambiamento climatico: eventi estremi sempre più frequenti, temperature in aumento rapido, incendi, siccità, trombe marine, cicloni. Ma questa vulnerabilità non è neutra: colpisce soprattutto chi vive in territori già resi fragili da decenni di scelte politiche sbagliate.
Mentre le comunità affrontano alluvioni, incendi, frane ed erosione costiera, altri attori continuano a occupare e trasformare il territorio: basi militari, grandi opere, investimenti speculativi, processi di turistificazione. La crisi climatica diventa così un acceleratore di ingiustizie, un moltiplicatore di diseguaglianze. Perché non colpisce tutti allo stesso modo: colpisce di più chi ha meno potere, meno voce, meno tutele. Come mostra la recente ricerca Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale consuma il proprio budget annuale di carbonio in appena dieci giorni; lo 0,1% in tre. La giustizia climatica è inseparabile dalla giustizia sociale: non esiste l’una senza l’altra. Non è un tema tecnico, ma politico. Non riguarda solo emissioni e temperature, ma rapporti di forza, diseguaglianze, violenze strutturali.
La lotta per la giustizia climatica è la stessa lotta per la dignità dei popoli. Difendere il territorio significa difendere la vita, la dignità, l’autodeterminazione. Significa dire no alla militarizzazione, alle grandi opere, all’abusivismo, alla speculazione. E significa anche riconoscere che non tutto ciò che è stato distrutto deve essere ricostruito, e che non tutto ciò che è stato costruito aveva diritto di esistere.
Il ciclone Harry, la distruzione delle coste, la frana di Niscemi non sono incidenti. Sono avvertimenti. Sono la manifestazione concreta di un sistema che produce vulnerabilità e poi la usa per giustificare nuove occupazioni, nuove deroghe, nuove emergenze. Sono la prova che la crisi climatica non è un destino naturale, ma un campo di battaglia politico.
E sono anche chiamate alla mobilitazione. Perché il Mediterraneo non è una periferia del mondo: è uno degli epicentri della crisi e, allo stesso tempo, uno dei luoghi da cui può partire la risposta. Una risposta che non separi ambiente e diritti, clima e autodeterminazione, territorio e comunità. Una risposta che affermi, con chiarezza, che la Terra non è una risorsa da sfruttare, ma una Casa comune da difendere.