Senegal: tanto tuonò che piovve

di Giovanni Santini, ex Console a Dakar

Tanto tuonò che piovve. Con questo antico proverbio si potrebbe riassumere la crisi politica in cui è precipitato il Senegal con l’annuncio, la sera del 22 maggio scorso, da parte del Presidente, Bassirou Diomaye Faye, della destituzione del Primo Ministro, Ousmane Sonko.

Che tra i due ci fossero profonde divergenze, emerse soprattutto nelle ultime settimane, era cosa nota, ma nella società e nel mondo politico senegalesi, non ci si aspettava un epilogo così repentino.

Cerchiamo di comprenderne le ragioni.

La vicenda è nota. Diomaye è stato candidato dal PASTEF – il principale partito d’opposizione al precedente governo Macky Sall – alle elezioni presidenziali di febbraio 2024 stante l’ineleggibilità di Sonko. Da un momento all’altro si è ritrovato da anonimo politico, senza alcuna esperienza istituzionale, a Presidente della Repubblica. Sonko, il vero leader del partito che aveva vinto le elezioni, raccogliendo il malcontento popolare, soprattutto del mondo giovanile, verso il governo precedente, aveva dovuto assumere il ruolo di Primo Ministro. L’interpretazione da lui data a tale ruolo, il suo attivismo, le dichiarazioni ufficiali, i viaggi all’estero, tendevano a riaffermare la sua leadership. La gente comune identificava il potere più in Sonko che in Diomaye, quando invece, in tutti i governi precedenti a malapena conosceva il nome del Primo Ministro.

Ma, in una repubblica presidenziale com’ è il Senegal, il potere effettivo è in capo al Presidente. La situazione creatasi non doveva piacere per nulla a Diomaye che ha cominciato a far valere i propri poteri e a staccarsi dalla visione politica del proprio partito. Sono così emerse le profonde e importanti divergenze esistenti tra i due in quasi tutti i settori di governo.

Si tratta di differenze sostanziali, non solo caratteriali, che riguardano i principali dossier con cui la nuova amministrazione si sta confrontando.

Innanzitutto, l’immagine di rottura con il precedente sistema di governo è stata più marcata da parte di Sonko, che di Diomaye. Il primo non ha mai mancato di denunciare, anche di fronte al Parlamento, la corruzione diffusa ai vari livelli della precedente amministrazione e la manipolazione dei conti pubblici per far risultare un indebitamento pubblico inferiore a quello reale. Diomaye ha sempre tenuto un profilo più basso su tale argomento.

Proprio il tema del debito pubblico costituisce un altro profondo argomento di frizione tra i due. Secondo i funzionari del FMI, ormai stabilmente presenti a Dakar, il debito pubblico è ormai arrivato al 130% del PIL, costituendo un grosso freno allo sviluppo del Paese ed all’attuazione delle politiche sociali proclamate dal PASTEF in campagna elettorale. Tale dato corrisponde, per altro, alle conclusioni a cui è arrivata la stessa Corte dei conti senegalese.

Diomaye ha adottato una politica pragmatica, non escludendo una rinegoziazione del debito con il FMI che apra le porte a nuovi finanziamenti. Sonko, al contrario, seguito in questo dalla maggior parte del partito e dell’opinione pubblica, ha sempre denunciato il rischio di cadere in una spirale senza fine di nuovi prestiti che vedrebbero, come contropartita, l’imposizione di politiche di bilancio e sociali opposte a quelle auspicate dal partito e su cui si è basato il suo successo elettorale.  

Altro argomento caldo: la revisione dei contratti con le multinazionali presenti nel Paese, soprattutto nei settori petrolifero e minerario.

Come accaduto in molti altri Paesi africani, il possesso di risorse energetiche e minerarie non garantisce uno sviluppo economico e un maggiore benessere per la popolazione. Non avendo strutture ed investimenti, nonché capacità tecnologiche per il loro sfruttamento, si è costretti a ricorrere alle multinazionali straniere del settore che impongono patti leonini, trattenendo gran parte del profitto proveniente essenzialmente dall’esportazione. Non di rado, i Paesi africani sono costretti ad importare materie prime e prodotti basati su risorse di cui dispongono. Lo scarso profitto che resta nel Paese alimenta la rendita di élite ristrette e la corruzione, non arrivando mai a migliorare le condizioni di vita della popolazione. Inoltre, il settore petrolifero e minerario genera una scarsa domanda di manodopera, incidendo così molto marginalmente su uno dei problemi principali, se non il principale, dei Paesi africani, la disoccupazione giovanile.

Anche riguardo a tale problematica Sonko e Diomaye hanno assunto posizioni differenti. Il primo, fin dall’inizio, ha dichiarato di voler rinegoziare tutti i contratti, a cominciare da quelli per lo sfruttamento del giacimento petrolifero di Sangomar, minacciando anche il ricorso all’arbitrato internazionale. Il secondo ha tenuto sempre una posizione più tiepida.

In generale, quello che era stato il principale cavallo di battaglia della campagna elettorale del PASTEF, il recupero della piena sovranità politica, economica e finanziaria del Paese, e’ stato perseguito in maniera più tenace, pur tra contrasti, contraddizioni e limitazioni oggettive, dal Primo Ministro che non dal Presidente.

Comincia poi ad affacciarsi la problematica delle prossime elezioni presidenziali del 2029.

All’inizio, la situazione sembrava molto chiara. Diomaye era divenuto Presidente stante l’impossibilità di Sonko di esserlo, con l’impegno, quasi scontato a quel tempo nel partito, di candidare Sonko alle elezioni successive. Ma in questi due anni, le ambizioni di Diomaye, forte del suo potere più che del suo prestigio presso la popolazione, sono cresciute, fino ad aspirare, neppure troppo velatamente, ad una rielezione. Il modo di interpretare il ruolo di Primo Ministro di Sonko, il suo protagonismo, anche sulla scena internazionale, si scontrava fortemente con tali ambizioni.

Anche i viaggi ufficiali all’estero hanno marcato differenze di vedute tra i due, relativamente alla politica estera.

La prima visita di Diomaye fuori dal continente africano è stata in Francia, dove è poi tornato altre due volte. Pur rimarcando l’aspirazione sovranista e panafricanista del proprio governo, l’atteggiamento nei confronti di Macron è sempre stato prudente, conciliante e disponibile alla cooperazione economica e commerciale. Qui è abbastanza netta la differenza con Sonko che è arrivato ad ipotizzare un’uscita del Senegal dal franco CFA, la moneta comune dei Paesi francofoni dell’Africa occidentale, attraverso la quale la Francia controlla la loro politica monetaria.

I viaggi di Sonko in Europa, essenzialmente Francia, Italia e Spagna, si sono concentrati soprattutto sul rapporto con la diaspora senegalese che, con le proprie rimesse dall’estero, costituisce un fattore importante per lo sviluppo economico e la sovranità finanziaria.

In Africa, entrambi si sono recati in quasi tutti i Paesi limitrofi. Diomaye ha fin dall’inizio sostenuto il saldo ancoraggio del Senegal alla CEDEAO, la comunità degli Stati dell’Africa occidentale, da sempre strumento della Francia per il controllo delle politiche economiche e finanziarie dei Paesi ad essa storicamente legati. Si era anche posto come mediatore, con scarsi risultati, per evitare l’uscita dalla Comunità di Burkina Faso, Mali e Niger che hanno costituito, come noto, l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Sonko ha sempre manifestato simpatia per i Paesi dell’AES e per le politiche da loro implementate, a fronte di notevoli ostacoli e problematiche, per il recupero della sovranità economica e finanziaria e delle risorse naturali di cui sono ricchi.

Se il Senegal è sembrato poter essere, ad un certo punto, l’ago della bilancia per determinare lo spostamento dell’asse dei Paesi francofoni dell’Africa occidentale verso l’uno o l’altro raggruppamento, occorre dire che è prevalsa la linea di Diomaye.

Da quanto si è cercato di descrivere, appare chiaro che al mondo occidentale, governi e multinazionali, è molto più gradito un Senegal che segua la politica di Diomaye piuttosto che quella di Sonko, non soltanto per l’attuale governo, ma anche in vista delle elezioni del 2029.

Anche se nello scacchiere geopolitico internazionale, ciò che avviene in Africa è in questo momento storico marginale, i tentativi di destabilizzazione dei Paesi dell’AES si stanno intensificando, a cominciare dal Mali, percepito, a torto o a ragione, come anello debole dell’Alleanza. Il ruolo del Senegal nella regione ha da sempre una grande importanza e avere Sonko, che, come si diceva, non ha mai nascosto la sua vicinanza a tali Paesi, come uomo forte, non solo del partito di maggioranza, ma anche del governo, non aiuta certo la loro destabilizzazione.

Intanto, in vista delle elezioni del 2029, entrambi si sono riposizionati. Diomaye ha lasciato il PASTEF ed ha creato la “Coalizione per Diomaye presidente”. Sonko, dopo la destituzione da Primo Ministro, è stato eletto Presidente dell’Assemblea Nazionale, in cui il suo partito ha la maggioranza. In tale ruolo godrà di maggiore autonomia dal Presidente e potrà non più dirigere ma almeno controllare l’attività del governo.

A nessuno dei due interessa che la conflittualità sia esasperata tanto da incidere negativamente sulla già precaria situazione del Paese. Entrambi dovranno rendere conto alla popolazione dei risultati raggiunti nei cinque anni di governo e per il momento sono ben pochi. Quello che è facile prevedere è un gioco di scarica barile delle responsabilità del mancato miglioramento delle condizioni di vita dei senegalesi. Ed in questo, sembra che Sonko abbia le carte migliori da giocare ora che non è più Primo Ministro.

La partita è lunga e non sono da escludere ulteriori scossoni sulla scena politica senegalese.

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